Abbiamo intervistato Alessandro Madron, giornalista de “Il Fatto Quotidiano”. Il suo reportage da “ultimo” tra gli “invisibili”

Abbiamo intervistato Alessandro Madron, classe 1978, giornalista de “Il Fatto Quotidiano” che su “FqMillennium”, il mensile diretto da Peter Gomez, racconta come si fa a vivere da invisibile, tra gli invisibili.

Un reportage giornalistico per le strade di Torino, nei luoghi dove i poveri senza casa vivono con dignità, nella speranza di non essere più ultimi. Alessandro, per una settimana, ha indossato i panni del cronista di strada e ha vissuto in prima persona questa esperienza durissima, con in tasca pochi euro, ma con il desiderio di portare alla luce uno spaccato sociale, drammaticamente attuale.

Una conversazione dalla quale traspare il pathos per le storie dei tanti “esclusi” con i quali ha dormito, parlato e condiviso quella vita che certamente non dimenticherà. Buona lettura.


Sei partito con soli 10 euro per provare a diventare invisibile tra gli invisibili. E poi che cosa è successo?

Per ovvie ragioni non posso anticipare molto. Quello che mi è successo è il cuore del mio reportage pubblicato su Fq Millennium. Diciamo che ho vissuto quello che migliaia di persone vivono quotidianamente: mi sono messo in fila per essere ammesso ai servizi comunali, ho mangiato alla mensa del Sacro cuore di Gesù, ho passato le notti in diversi dormitori comunali, ho provato (con scarso successo) a rimediare qualche spicciolo di elemosina, mi sono fatto venire le vesciche ai piedi alla ricerca (vana) di qualche lavoretto per iniziare a rimettermi in sesto. Il lavoro si è dimostrato essere il tasto più dolente: al Centro per l’impiego di Torino Nord mi hanno detto di presentarmi alle cinque e mezzo del mattino per provare a iscrivermi alle liste del collocamento, perché “c’è sempre molta coda”. Ho provato a rimediare un lavoretto, a stringere rapporti con le persone che ho incontrato… difficile riassumere tutto in poche battute: se vi ho incuriosito comprate Fq Millennium in edicola!

Perché la scelta di Torino, città dell’estremo nord e icona di una vita che, in qualche modo, poco dovrebbe avere a che fare con la povertà. E invece?

La scelta di Torino è nata un po’ per caso e un po’ per esigenza, ma si è rivelata una scelta fortunata. La nostra redazione si trova a Milano e non volevo fare questa esperienza in un luogo in cui potessi essere facilmente riconosciuto o dove potessi trovare facilmente riparo dai disagi della vita di strada (la tentazione di ripararmi in redazione sarebbe stata forte). Così la scelta è caduta su Torino, città che conosco, ma non troppo. Documentandomi ho poi scoperto che Torino è stata a lungo una città laboratorio in tema di servizi ai senza dimora e c’è un’ampia letteratura dedicata proprio alle politiche messe in atto in questa città.

Che il nord non abbia a che fare con la povertà è un falso mito. E’ vero che le città del nord Italia sono mediamente più ricche, me proprio per questo attraggono un maggior numero di persone in difficoltà che qui sperano di trovare maggiori occasioni. Secondo il censimento realizzato nel 2014 la città italiana che conta il maggior numero di senza dimora è Milano. Quindi il nord era il posto giusto dove tentare questa avventura.

I dati sul disagio sociale danno un quadro davvero desolante. Si parla di quasi 5 milioni di italiani che vivono nell’indigenza. La tua esperienza diretta è sicuramente un contributo per far conoscere questo dramma.

Certo, fortunatamente chi vive per strada è una piccola minoranza di questa enorme massa di indigenti (si parla più o meno di 50mila persone). I più poveri tra i poveri. Persone che non hanno i soldi per permettersi un affitto o non hanno maturato i requisiti per accedere alle case popolari. Spesso sono uomini di mezza età, costretti a rivolgersi a enti di carità, associazioni o servizi sociali per garantirsi una sopravvivenza. Sotto la punta di questo iceberg c’è un mondo sconfinato e multiforme. Una parte di questo mondo l’ho incontrato nelle mense, frequentate non solo da coloro che non hanno una dimora, ma anche da una schiera di poveri, uomini, donne, italiani o stranieri, che pur avendo un alloggio non hanno i soldi per fare la spesa.

Immagino che tantissime sono state le storie che hai ascoltato. Ci piacerebbe che ne raccontassi qualcuna.

Certo, anche se in strada vige un clima di diffidenza, è difficile entrare in confidenza con le persone. Molti hanno avuto vite di cui non vanno orgogliosi: dipendenze di varia natura, storie di carcerazione, preferiscono stare un passo indietro e non si concedono volentieri alla curiosità dell’ultimo arrivato. Non è mancato chi ha raccontato la sua esperienza personale. Un uomo sulla cinquantina mi ha raccontato di essere finito per strada dopo essersi “pippato seimila euro di coca in tre settimane”. Poi c’è chi si è giocato tutto, chi semplicemente non trova lavoro e si trova per strada dopo una crisi coniugale.

Un’ultima domanda che forse potrebbe sembrare anche banale. Ritornare alla vita “normale” dopo aver vissuto una vicenda così forte. Per farla breve. Quando vai a letto la sera quelle immagini…

Non è banale. Fin dal momento in cui ho preso il treno per il mio rientro a Milano sono stato assalito dai pensieri. In prima battuta sono arrivati i sensi di colpa. Fingendomi senza dimora ho tolto per qualche notte un letto a chi ne aveva realmente bisogno. Poi ho riflettuto molto sull’asprezza delle storie in cui mi sono imbattuto e sulla fortuna inconsapevole di una vita “normale”, così anche l’incombenza della rata del mutuo può diventare un sollievo.

Author: Gaetano Càfici

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