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Gaetano Càfici

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Parole e immagini sono trasmettitori di emozioni. Un connubio che, talvolta, è difficile spiegare se non vivi quei luoghi di sofferenza, che prima albergavano soltanto nella tua immaginazione. Raccontare, oggi, dei tanti medici che lavorano contro quel mostro chiamato coronavirus, potrebbe sembrare forse fin troppo retorico. Ma questa volta voglio essere fin troppo “retorico” e “banale” nel parlarvi di una squadra di uomini e donne, che ho conosciuto in questi mesi, impegnati senza sosta a combattere questa battaglia, con il sorriso sotto le mascherine.

Il reparto è quello di terapia intensiva cardiologica dell’ospedale Ingrassia di Palermo, dove medici e infermieri guidati dal primario Sergio Fasullo, hanno realizzato un video, postato su youtube. Un messaggio di forza e di speranza al “grido” degli hashtag: #nessunosipuòtirareindietro #distantimauniti #rimaniamodistantioggiperrimanereunitidomani #nonsaràfacilemapossiamofarlaandarebene #starelontanononsignificaamaredimeno.

Perchè ascoltando le parole del loro “capitano”, “ho imparato che si può sorridere anche indossando la mascherina…si può sorridere con gli occhi”, dobbiamo fare nostro il loro appello: “restiamo a casa…ce la possiamo fare”. Certi, anzi certissimi, che ce la faremo.

IL VIDEO

Una situazione che a prima vista potrebbe ingannare: una fake news ben confezionata se non fosse amaramente e tristemente vera. Come potete vedere, nel video postato dall’agenzia Ansa, le strade di Parigi affollate di gente.

Panifici, rosticcerie fruttivendoli. Nonostante l’emergenza coronavirus i parigini, possiamo dire da incoscienti, non hanno rinunciano alla spesa della domenica nelle botteghe di quartiere.

Il risultato è che rue Montorgueil, nel seconda circoscrizione della capitale francese, era piena di persone: c’è chi camminava tra un negozio e l’altro, chi in coda in attesa di entrare e chi approfittava della “bella giornata di sole” per una passeggiata all’aria aperta.

Un atteggiamento da irresponsabili o da stupidi? A voi lasciamo “l’impietoso” giudizio!

Gli imprenditori siciliani lanciano un grido di allarme affermando di non aver le risorse per pagare le tasse, bocciando, di fatto, la manovra Cura Italia predisposta dal governo.

Un SOS corale che emerge da un sondaggio realizzato da Sicindustria e rivolto alle imprese. Il sondaggio su base regionale è stato svolto su un campione significativo di imprese e rappresenta la fotografia dell’attuale situazione in cui versa l’economia siciliana.

Le domande proposte al mondo produttivo riguardano prevalentemente la disponibilità di risorse necessarie al pagamento dei contributi, delle imposte, dei fornitori, insomma il tema pressante della liquidità delle imprese. Focus anche sui vincoli burocratici relativi alla regolarità contributiva, e infine un giudizio complessivo sull’efficacia del decreto legge “Cura Italia”. Sei domande in tutto. Ecco il giudizio, impietoso, che viene fuori.

L’85 per cento degli imprenditori bolla come insufficiente l’intervento delgoverno con la manovra “Cura Italia”. Il 12,2 per cento lo valuta sufficiente. Il restante 2,6% lo giudica buono.

La liquidità. Un dato secco e allarmante: l’80% delle imprese non ha i soldi per pagare regolarmente imposte e tasse. E ancora, nel dettaglio: il 67,2% degli imprenditori ha dichiarato che si trovano nella condizione di non poter adempiere al versamento dei tributi locali, come l’IMU o la Tari.

Drammaticamente identica la percentuale delle imprese che si trova nelle condizioni di non poter pagare regolarmente le forniture nei prossimi 60 giorni. Il 68,7% delle imprese ascoltate ha dichiarato di non poter pagare gli stipendi e i contributi del personale nei prossimi 60 giorni.

Alla paralisi dovuta alla pandemia da Coronavirus si aggiunge un ulteriore aggravamento, che è quello della burocrazia. Quasi ¾ delle imprese ascoltate (il 74,8%) ritiene necessaria la sospensione delle regole di rilascio del DURC, il documento che attesta la regolarità contributiva di un’impresa.

“In una situazione d’emergenza le arcaiche procedure burocratiche esistenti a livello regionale e nazionale – afferma il presidente di Sicindustria Alessandro Albanese – rischiano di determinare la chiusura di centinaia di imprese. Abbiamo evidenza che le attività relative alle procedure della CIGD (cassa integrazione in deroga) sono in forte ritardo e appesantite da adempimenti burocratici inutili: in Sicilia non è ancora aperto il termine per presentare le domande. E questo determinerà ulteriori disagi e tensioni sociali. I pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni alle imprese subiscono ulteriori e incomprensibili ritardi; si susseguono annunci su ipotetiche misure regionali a sostegno delle imprese ma nulla di concreto. Anche i provvedimenti e le offerte del sistema bancario per garantire la liquidità alle aziende sono rimasti legati a procedure di valutazione, che non tengono conto del momento emergenziale e della mancanza di un sistema di autofinanziamento delle aziende stesse legato ai normali flussi di cassa”.

Sicuramente – conclude Albanese – sconfiggeremo il Coronavirus ma è altrettanto probabile che le imprese vengano uccise da un miope e bizantino sistema burocratico”.

Un Matteo Renzi che mostra inequivocabilmente paura e debolezza politica quando, durante un’intervista al festival de Linkiesta a Milano, dice “che andare a votare ora significa consegnare totalmente il Paese a Salvini. Si chiama masochismo. Se il Partito democratico e il M5S scelgono di farlo, disintegreranno la propria rappresentanza in Parlamento”.

Un messaggio che non si presta a interpretazioni pindariche, ma piuttosto fotografa l’attuale situazione politica che, rispetto a un mese fa, vede all’orizzonte il serio rischio che in primavera si possa ritornare al voto.

“Se ci sarà una crisi di governo – aggiunge Renzi – seguiremo la Costituzione ma ora dobbiamo pensare a risolvere i problemi. E sull’operazione Conte2 mette di fatto il proprio sigillo, rivendicando la sua “longa manus” alla costruzione del governo giallorosso. “Siamo riusciti a mettere la museruola a un tentativo di distruggere la credibilità dell’Italia. Noi abbiamo fatto un’operazione di igiene che ha salvato un Paese da un rischio pericoloso”.

Ma dietro il paventato pericolo chiamato “Salvini” in effetti si cela quella che è la madre di tutte le battaglie: non perdere l’Emilia Romagna. Il 26 gennaio 2019 in quella Regione, roccaforte rossa da sempre, si traccerà una sorta di linea Maginot. Sarà davvero così? Oppure l’ex premier sta operando una fine strategia preventiva per poi addossare le colpe a Zingaretti, tentando così la carta dell’alibi perfetto e la conseguente dissoluzione del partito democratico? Questa mossa gli consentirebbe di drenare consenso e portare dentro uomini del Pd, in considerazione che la sua nuova creatura, per adesso, è ferma ad una forbice che oscilla tra il 5 e il 6%. Percentuali basse che potrebbero crescere evocando quel canto delle sirene proveniente dalle parti di Forza Italia.

E’ noto infatti che da tempo Renzi “corteggi”, politicamente parlando, la vice presidente della Camera e deputata di Forza Italia, Mara Carfagna. “Porte aperte a chi vorrà venire non da ospite ma da dirigente. Vale per la Carfagna e per gli altri dirigenti del suo partito, ma noi non tiriamo la giacchetta”. E l’ex pupilla di Berlusconi ha subito replicato: “Se Renzi dichiarasse di non voler sostenere più il governo di sinistra ma di avere altre ambizioni, Forza Italia Viva potrebbe essere una suggestione”.

“Oggi io e Renzi siamo in due metà campo diverse – ha aggiunto – e non so cosa accadrà nei prossimi giorni, ma molti dopo 25 anni non si sentono a proprio agio in Forza Italia, oggi si sentono a casa d’altri”.

“Mi fa rabbia la sudditanza psicologica nei confronti del sovranismo che è dannosa per il nostro partito, per le alleanze internazionali. In nessun Paese i partiti liberali sono affetti da sudditanza verso le destre estreme. Non mi piace e non lo accetto. Non è un destino ineluttabile che un partito di centro come Forza Italia sia destinato a essere bloccato al 5 per cento. Vedo un atteggiamento rinunciatario e il centrodestra deve essere equilibrato. Oggi non vedo un centrodestra ma una destra-destra, è quello che è accaduto in Umbria rischia di accadere in Emilia Romagna”.

Carfagna ha poi parlato dell’ipotesi di candidarsi alle regionali in Campania: “É un discorso prematuro, si vota a maggio, bisogna essere pronti a ogni sfida. Governare quella terra è una sfida enorme, chi fa politica non può tirarsi indietro di fronte a eventuali sfide”. E dichiarando di aver parlato Silvio Berlusconi ha aggiunto: “Candidata per gentile concessione di Salvini? Sono commossa ed emozionata”.

E infine su twitter ha precisato che il suo campo politico rimane il centrodestra, lasciando intendere che la sua possibile candidatura come governatrice della Campania spazzerebbe qualsiasi “abiura” nei confronti del sovranismo a traino salviniano. E la contesa di Mara Carfagna, tra i due Matteo, rimane apertissima.

fonte foto huffingtonpost.it

La Palermo semplice, viva, autentica e profumata è una città che non c’è più. Chi ne ha vissuto i fasti la immagina soltanto nei propri ricordi, come scatti ingialliti di una vecchia polaroid.

Quella della passeggiata alla Marina, delle domeniche in bicicletta tra i vialetti di villa Sperlinga, del giardino Inglese, della Palazzina Cinese, di Villa Giulia con il leone “Ciccio”, delle mitiche sfogliatelle dell’Extra bar di piazza Politeama, dell’immancabile rito dell’Autista al “Pinguino” (clicca qui per leggere un ricordo) e dell’indimenticabile mangiata di polpi a Mondello tra le baracche dei pescatori che, anche se abusive, avevano un fascino unico. Tanto per citare quelli che mi vengono a mente.

Ma nel palcoscenico degli amarcord della nostra cara amata Palermo, c’è anche quella martoriata dai morti ammazzati di mafia degli anni ‘80, che si segnavano tristemente come i giorni sul calendario della “naja” militare. Le immagini di quello “scannamento” che sembrava non finire mai.

E se quel buio di morte e di sangue “mascariava” la bellezza e la storia della capitale di Sicilia a quel tempo, comunque, si respirava un’altra aria. E non il livello di Pm10 (polveri sottili tanto per intenderci) che era già presente, ma  un’aria che malgrado tutto, so bene non riuscirò più a sentire sulla mia pelle.

Una città che si nutriva di se stessa, della propria forza, in un tessuto commerciale ancora solido che ne era ossatura economica e di sviluppo. Oggi, invece, è un susseguirsi di saracinesche abbassate, di magazzini in affitto e di procedure fallimentari con numeri davvero da day after. Per non parlare del degrado e dell’inesistente senso civico dei cittadini, unito ad un’Amministrazione che poco ha fatto tra annunci di task force più o meno “fallite”.

La foto di questo pezzo è sicuramente figlia dell’inciviltà ma anche dell’indifferenza di quella politica che nella propria agenda, dopo anni di governo, avrebbe dovuto mettere al primo punto il decoro. E, invece, niente, perchè in fondo non è una questione di colore politico ma soltanto di scelte, sempre e, comunque, sbagliate. Per essere chiaro nessun amministrazione ha veramente affrontato il problema.

E che dire dei tantissimi cartelli di vendita e di affitto, affissi quasi in ogni condominio. E il mio pensiero va a tutti i nostri genitori che nel boom economico degli anni ‘60 hanno sacrificato la propria vita per costruire l’agognato “tetto”.

E non parlatemi per favore di retorica, di populismo o dell’alibi della crisi, perché proprio dietro la retorica e la crisi si sono consumati i più grandi scempi. La verità è che Palermo è dannatamente vittima di se stessa anche se la si vuole ostinatamente dipingere come la #FelicissimaPalermo.

Di lei rimarrà solo quella foto ingiallita di un’epoca passata che forse, nel bene e nel male, abbiamo avuto la fortuna di vivere. Vediamo e vedremo sì, le migliaia di turisti che la visitano ogni anno ma che, oltre agli scatti della Palermo d’arte, immortaleranno la nostra “munnizza” quasi come “scalpo” da esibire per una città irrimediabilmente “irredimibile”, come in un triste esercizio di parole.

Il ginepraio di dichiarazioni incrociate, da parte di eminenti esponenti dell’area governativa che sostiene Crocetta, di fatto sembrano essere una vera e propria chiamata alle armi: “o si fa la Sicilia o si muore”. Detto di antica memoria che rende bene, comunque, il senso di quell’esperienza politica, nata appena un anno e mezzo fa con la tanto sbandierata rivoluzione dell’ex sindaco di Gela e che sembrerebbe, oggi, volgere al termine.

Ma sarà davvero così? Oppure ci ritroviamo ad assistere, come sempre, al solito gioco delle tre carte: tentativo subdolo per mettere sul tavolo “validi argomenti” o presunti “impegni” da assolvere, agitando come strumento di ricatto politico, da parte di ambedue contendenti, lo spettro di possibili dimissioni e, dunque, di ritorno alle urne?

In una Sicilia dove vivono e albergano i paradossi come quello di Termini Imerese, chiusa mentre la Fiat annuncia di aver acquistato la Chrysler americana (storie degne di un romanzo giallo); dove l’economia è paralizzata, con la conseguente morte delle realtà produttive medio-piccole; dove il turismo, invece di essere posto come volano finanziario dell’isola, viene ignorato dall’agenda di governo e dove i giovani, oltre a rinunciare al diritto di un lavoro, devono per forza di cose rinunciare ad essere padri, tutto è possibile, così come il delitto perfetto!

Un quadro spettrale per un elenco infinito che potremmo collezionare, come quei diabolik pagati a nostre spese all’esimio onorevole di turno, per non parlare delle altre regalie e di ciò che ancora non conosciamo. E se, invece, fosse proprio questo l’alibi per uscire di scena? Insomma il delitto perfetto di cui sopra! 

Una sorta di exit strategy bipartisan per dire che la rivoluzione c’era, si stava attuando, ma che per colpa di una cravatta Hermes, qualche panettone di troppo ed un regalo di nozze, tutto è stato rovinato. Solo per salvare la faccia.

A questo punto sarebbe  meglio resettare l’Ars, usando un termine moderno, riavviando l’hard disk del governo, nella speranza che non sia definitivamente danneggiato. Forse tutto ciò non accadrà perché anche i deputati e gli assessori tengono famiglia. La rivoluzione immaginaria vedrete non morirà ma continuerà a sventolare “bandiera bianca”.

Alto mare nel governo giallo-rosso? E’ Luigi Di Maio ad agitare le acque dopo che lo stesso Di Battista, nei giorni scorsi, aveva lanciato strali contro il partito democratico e in particolare sull’affidabilità politica del partito di Zingaretti.

Adesso è lo stesso leader grillino dalla sua pagina facebook a dire che di “nuovi balzelli non se ne parla. Il riferimento più che chiaro è alla proposta avanzata dal ministro Lorenzo Fioramonti di una tassa sulle merendine e avallata dallo stesso premier Giuseppe Conte.

“Noi abbiamo come obiettivo quello di abbassare le tasse – scrive Di Maio nel post del social network – non di aumentarle. E secondo me è totalmente sbagliato scatenare un dibattito ogni giorno per parlare di nuovi balzelli. Un governo che pensa ai cittadini lavora per bloccare l’aumento dell’IVA, che avrebbe comportato una spesa di più di 500 euro a famiglia, l’anno prossimo. Ed è questo Governo che noi sosteniamo”.

Ma il segnale che sa molto di campanellino d’allarme lo lancia quando afferma “che questo governo esiste, è perché lo sostiene il MoVimento 5 Stelle. Lavoreremo al documento di economia e finanze per permettere agli italiani di vivere un 2020 migliore. Questo è il nostro obiettivo ed è così che vogliamo andare avanti. Qualcuno dirà che stiamo dando un ultimatum al Governo. Ma io non sono stato eletto per passare le mie giornate a dire che non è così. A noi interessa parlare chiaro e portare a casa i risultati. E sempre per parlare chiaro, mercoledì alla Camera si decide quando calendarizzare l’ultimo voto sul taglio dei parlamentari. Ci aspettiamo tempi rapidi e zero scuse”.

Quindi l’ultimatum è ben servito ma riferito all’altro cavallo di battaglia dei cinquestelle che esaurita la sbornia e l’effetto da “reddito di cittadinanza”, puntano sull’unica fiche rimasta: il taglio dei parlamentari. E se di forzatura si tratta (gli stessi democratici hanno dichiarato che non accettano ultimatum sui provvedimenti), Di Maio potrebbe trovarsi nuovamente al centro del dibattito politico dopo essere stato di fatto “commissariato” sia da Conte che dal suo mentore Grillo. Anche se alla fine il collante che regge la compagine di governo è sicuramente più forte di qualsiasi improbabile lite, utile forse a dare la parvenza di una contrattualità politica ma con il sapore più da cadegra (ndr: seggiola) che del bene comune.

E’ la miccia è diventata scintilla. Il fiammifero: l’incontro del vicepremier Matteo Salvini con le parti sociali oggi al Viminale. Il leader del Carroccio si è riunito, nella sede del suo ministero, con i rappresentanti di 40 sigle di sindacati e imprese per anticipare la discussione su una manovra “fondata sul sì”.  

“Vogliamo definirne i punti tra luglio e agosto e vogliamo raccogliere i vostri suggerimenti” ha detto Salvini ad apertura dell’incontro. “E’ l’inizio di un percorso, non vogliamo sostituirci assolutamente al presidente del Consiglio”. E poi ha annunciato un secondo appuntamento tra una quindicina di giorni o al massimo entro l’estate. 

“L’obiettivo è che alla riapertura dei lavori parlamentari la manovra possa essere già in discussione. Se serve si lavoreremo a luglio e agosto. Abbiamo esposto i progetti della Lega che ruotano su due punti, un forte taglio tasse per famiglie e lavoratori dipendenti e la prosecuzione della riduzione degli oneri fiscali e burocratici per le imprese. Vogliamo una manovra economica fondata sui sì. Qualsiasi tipo di blocco non è più accettabile e non sarà più accettato”.

Queste ultime parole vengono lette come un ultimatum agli alleati. Come dire: se non passano questi provvedimenti andiamo tutti a casa. E intanto i giorni scorrono e la fatidica data del 20 luglio, linea Maginot per poter andare alle elezioni a settembre, si restringe sempre più.

E la polemica si infuoca con le parole al vetriolo del premier Conte nei confronti di Salvini, reo di essere stato scorretto istituzionalmente: “Se oggi qualcuno pensa che non solo si raccolgono istanze da parte delle parti sociali ma anticipa dettagli di quella che ritiene che debba essere la manovra economica, si entra sul terreno della scorrettezza istituzionale”. E la presenza alla riunione dell’ex sottosegretario Siri, indagato per corruzione, apre un altro fronte. “Il nostro obiettivo – dice Siri – è la flat tax con un’unica deduzione fiscale che assorbirà tutte le detrazioni. Vogliamo portare al 15% l’aliquota fino a 55.000 euro di reddito familiare. Ci saranno benefici per 20 milioni di famiglie e 40 milioni di contribuenti. Ci sarà un grande impulso ai consumi e risparmi per 3.500 euro per una famiglia monoreddito con un figlio. C’è l’intenzione di portare nelle tasche 12-13 miliardi di euro”. 

Ma è proprio Luigi Di Maio a mettere il carico su tutta questa vicenda per la presenza di Siri alla riunione, ribadendo il solito refrain “onestà, onestà”: “Se i sindacati vogliono trattare con un indagato per corruzione messo fuori dal governo, invece che con il governo stesso, lo prendiamo come un dato. Ci comportiamo di conseguenza. Ora ho capito perché alcuni sindacati attaccano la nostra proposta sul salario minimo. Parlino pure con Siri, parlino pure con chi gli vuole proteggere le pensioni d’oro e i privilegi. Hanno fatto una scelta di campo, la facciamo pure noi! Per quanto mi riguarda, basta recite, pensiamo a governare”. 

Non si è fatta attendere la replica di Cgil, Cisl e Uil: “Osservazioni inaccettabili e offensive, nei toni e nella sostanza, nei confronti dei sindacati avanzate oggi dal vice premier Di Maio”.

Governo al capolinea?  A questo punto tutto può accadere. E se la coalizione non dovesse naufragare entro l’estate, sicuramente l’idillio tra Salvini e Di Maio sembra proprio essere ai titoli di coda.

Sembra proprio che il dibattito sulla realizzazione delle nuove linee del tram di Palermo ponga di fatto in essere una nuova disciplina atletica: quella del “rimpallo sincronizzato”. Pensare, infatti, che la priorità della città sia solo e soltanto la posa di qualche linea in più qualche perplessità la desta. Una riflessione che vale per tutto l’arco istituzionale. Intendo maggioranza, opposizione e amministrazione attiva. Ma veniamo ai fatti.

Oggi l’assessore alla Mobilità di Palermo, Giusto Catania ha inviato parole di fuoco ai pentastellati su un tema, quello del Tram, per lui un vero e proprio “mantra”. E anche nelle scorse settimane non si era fatta attendere la reazione del gruppo consiliare “Sinistra Comune” a Sala delle Lapidi (leggete cliccando qui).

“E’ evidente – afferma Catania – che alcuni consiglieri e deputati del Movimento Cinque Stelle stanno cercando in tutti i modi di impedire che Palermo possa avere un’opera strategica per rendere più sostenibile la
mobilità urbana e per migliorarne la vivibilità, confermando di essere nemici della città e della sua vocazione ecologica”.

E aggiunge che gli “argomenti utilizzati per raggiungere questo obiettivo sono ormai noti e ampiamente smentiti, ma evidentemente ripetere in modo ossessivo le bugie rappresenta un modo per costruire le proprie
verità. Il Genio Civile si è già espresso positivamente sulle linee del tram e il progetto definitivo deve essere approvato dal consiglio superiore dei lavori pubblici. Successivamente sarà sottoposto alle verifiche ambientali, così come prevede la legge”.

E anche il primo cittadino era intervenuto pubblicamente alla fine di marzo, parlando di coloro che erano contrari a nuove linee di tram come a dei “nemici del cambiamento che devono rassegnarsi perchè noi non intendiamo arretrare”. Ne avevamo parlato su BloggandoSicilia (cliccare qui per leggere l’articolo).

Ma Catania non si ferma qui e nella nota parla di “corretta procedura seguita per il tram che è stata spiegata più volte ma evidentemente non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare”.
E parla addirittura “di argomenti già usati dai ricorrenti al Tar”, riferendosi ai comitati civici che avevano presentato il ricorso contro il Comune. “Evidentemente siamo davanti ad un unico ispiratore che non ha
concesso la sospensiva e ha scritto testualmente che il progetto è incontestabilmente incluso nel programma triennnale delle opere pubbliche 2016/2018 e nel programma triennale 2017/2019″. Per concludere affermando che “la città sta vivendo un importante momento di partecipazione, in vista della definizione del Piano Urbano della mobilità sostenibile, e attraverso questa fase di confronto sta emergendo, con forza, la volontà dei palermitani di ampliare la rete tranviaria e di render più capillare il trasporto su ferro nella nostra città”.

Senza voler entrare nel merito della necessità o meno dell’opera, quello che pone qualche “dubbio amletico” è la cosiddetta “volontà dei palermitani”. Su quest’ultimo aspetto in sincerità l’arcano è d’obbligo. A meno che l’assessore non abbia avuto, da parte di ciascun cittadino, magari anche tramite chiamata telefonica, il gradimento a queste tanto famigerate nuove linee del tram. Certo è che chiamare quasi 700 mila palermitani non appare cosa semplice. Se ci è riuscito, tanto di “chapeau”. Altrimenti gli consigliamo magari di “indire” un “referendum”. Saremo qui per pubblicare i risultati.



Si fa sempre più infuocato il clima della campagna elettorale per le europee. Sondaggi a parte sembra proprio, almeno all’apparenza, che le rassicuranti parole che echeggiano da mesi, “tranquilli il governo durerà cinque anni”, siano solo un modo per non dare forza all’opposizione. Sinceramente questa preoccupazione appare soltanto una chimera malgrado l’effetto del “nuovo corso” Zingaretti abbia in qualche modo dato fiato ad un Pd in “coma etilico”.

E le parole del vicepremier Matteo Salvini nei confronti di Di Maio sono lo specchio di un equilibrismo politico tutto pendente dalla parte del segretario leghista. Come dire che lui tutto può su un tavolo da gioco dove fare all-in sembra essere davvero uno scherzo.

“Io lavoro e rispondo col lavoro, con i fatti. Questa gente che cerca fascisti, comunisti, nazisti, marziani venusiani. I ministri sono pagati per lavorare ed io lo sono per mantenere ordine pubblico e sicurezza”. Parole più che sibilline quelle di Matteo Salvini che senza inerpicarsi tanto ha risposto alle “preoccupazioni” del vicepremier Di Maio per le alleanze europee della Lega con chi nega l’olocausto, i cosiddetti negazionisti.

E ha continuato calando un poker d’assi contro un tris “scarso” di Di Maio. “Mi piacerebbe che tutti i ministri avessero la stessa concretezza sbloccando cantieri, facendo ripartire opere pubbliche. Se, invece, di polemizzare si lavorasse di più l’Italia sarebbe un paese migliore”.

“Anche in queste ore una nave ong che stava arrivando in Italia ha cambiato indirizzo e sta andando da un’altra parte. Ciò vuol dire che l’Italia difende i suoi confini”.

E infine un chiaro riferimento, anche rispetto a ciò che è accaduto a Torre Maura a Roma. “Il nostro obiettivo è entro la fine del mandato zero campi rom, ovunque, da nord a sud come tutti gli altri paesi europei”.

E se sulle europee ha detto che “non saranno la prova del nove per questo governo, ma il cambiamento dell’Europa, finalmente”. A noi qualche legittimo dubbio rimane anche perchè quattro anni sono un tempo lunghissimo e il rischio di logoramento per Lega esiste. Oggi fa dappertutto all-in ma se domani avesse in mano soltanto una “doppia coppia?”. Perchè le carte sul tavolo girano, girano, girano e, comunque, la sfortuna nel “gioco” la devi mettere sempre in conto. “Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia…” diceva De Gregori, anche se il cantautore parlava di altra disciplina atletica.