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Da tre anni aspettano il pagamento da parte della Regione, ma fino adesso non hanno ricevuto alcuna somma. Si tratta dei tirocinanti dell’ex avviso 22. Una vicenda per la quale il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle, con a capo il capogruppo Nunzio Di Paola e la deputata Roberta Schillaci, hanno chiesto la convocazione urgente in Commissione dell’assessore regionale al Lavoro e dei vertici del Dipartimento alle Attività Formative, dei sindacati e del portavoce dei tirocinanti.

L’Avviso 22, varato nel 2018 per un valore di 25 milioni di euro, doveva finanziare i percorsi di tirocinio della durata sei mesi, o dodici nel caso di soggetti disabili e svantaggiati: ai tirocinanti doveva essere corrisposta una indennità pari a 500 euro mensili mentre a carico delle aziende era prevista la copertura assicurativa dell’Inail e la polizza per responsabilità civile verso terzi. Nonostante la Regione abbia promesso di sbloccare i pagamenti, ancora molti tirocinanti non hanno ricevuto il proprio compenso.

“Abbiamo sollecitato l’incontro – ha detto l’onorevole Roberta Schillaci, componente della Commissione all’Ars – per chiarire come risolvere i ritardi dall’assessorato dovuti anche alla mancata produzione, da parte di enti promotori e aziende, della corretta documentazione”.

“Un vero e proprio autogol quello del Sindaco Orlando, che vive ormai in un loop temporale da film di fantascienza. Vendere, anzi svendere le azioni della Gesap è un errore macroscopico. Un danno economico incalcolabile soprattutto adesso che, un’eventuale operazione di cessione di quote, il cui valore attuale è bassissimo rispetto al passato, darebbe il via ad una speculazione e ad un depauperamento aziendale dagli esisti imprevedibili”.

É quanto afferma il presidente di Unicoop Sicilia, Felice Coppolino che interviene sulla vicenda della vendita delle quote Gesap del Comune di Palermo e si associa all’appello del senatore di Italia Viva, Davide Faraone, del vice presidente di Gesap, Alessandro Albanese, e del presidente di Ance Palermo, Massimiliano Miconi che hanno manifestato la propria contrarietà.

“Condivido perfettamente quanto espresso da Davide Faraone, da Alessandro Albanese e da Massimiliano Miconiha aggiunto Coppolino – e mi interrogo sul perché di questa manovra, ponendomi soprattutto una domanda: A chi gioverebbe tutto questo?”.

“Sono assolutamente convinto che non possa e non debba essere questa la soluzione ai problemi finanziari che sta attraversando il Comune di Palermo. E il giravolta del primo cittadino di Palermo, che prima era nettamente contrario alla privatizzazione della Gesap adesso, invece, apre le porte a incerte operazioni imprenditoriali, solo forse per tentare di mettere altra polvere sotto i suoi tappeti”.

“Tutto questo – conclude Coppolino – è inaccettabile e Unicoop Sicilia sarà sempre e, comunque, a fianco dei lavoratori, se ce ne fosse bisogno, e di tutti coloro che si porranno con determinazione contro questa scelta sciagurata”.

E’ un quadro politico-elettorale in movimento a pochi mesi dal nodale appuntamento che riguarda l’elezione del Capo dello Stato. Una vicenda che sicuramente giocherà un ruolo deciso negli assetti futuri delle alleanze in vista della scadenza elettorale per le nazionali, che ad oggi è inchiodata per il 2023. E in questo sondaggio, commissionato dal Corriere.it all’Istituto Ipsos di Nando Pagnoncelli, si delinea, comunque, un centrodestra ancora vincente rispetto ad un centrosinistra che vede calare la componente dei pentastellati.

Ai vertici della graduatoria, dunque, si confermano il Pd con il 20,8% delle preferenze (stabile rispetto a ottobre), FdI che aumenta di un punto (dal 18,8% di ottobre al 19,8% odierno) e scavalca la Lega che si attesta al 19,1% (- 0,9%). Per la tranquillità di coloro che di fronte ai sondaggi gridano allo scandalo o esultano esageratamente, va osservato che le differenze tra i primi tre partiti sono davvero contenute, all’interno del margine di errore statistico e ciò determina, nelle diverse rilevazioni, sorpassi e controsorpassi sul podio. A seguire si colloca il M5S con il 15,5%, in calo di un punto, quindi Forza Italia con l’8,5% (+0,5%), poi la consueta schiera di forze politiche intorno al 2%. Da notare l’aumento del partito degli astensionisti e degli indecisi che raggiunge il 41,5%.

I dati dei partiti nel sondaggio Ipsos

Sulla base di queste stime, sommando i dati di preferenza attribuiti ai singoli partiti complessivamente le tre forze del centrodestra si attestano al 47,4% e prevalgono sia sul centrosinistra (32,1%) nonché su un’alleanza giallorossa (Pd, M5s, Art.1-Mdp e SI), accreditata del 39,1%. Viceversa, qualora si delineasse l’ipotesi, alquanto remota, di una coalizione di centrosinistra “extralarge”, comprensiva di tutte le formazioni diverse da quelle del centrodestra, lo scenario risulterebbe in equilibrio (47,6% a 47,4%).

Con l’aumento del numero dei contagi registrato nel mese di novembre è ripreso a crescere il timore degli italiani per il Covid, come pure il consenso per il green pass che si attesta al 66% (+7% rispetto a metà ottobre), mentre i contrari scendono dal 31% al 27%. Il Natale è alle porte e, nonostante oltre 47 milioni di cittadini over 12 siano stati vaccinati con almeno una dose (87%), molti sono preoccupati di non poterlo festeggiare come vorrebbero. I favorevoli al green pass prevalgono tra tutti gli elettorati, ma in misura diversa: più convinti i dem (93% i favorevoli), gli elettori delle altre formazioni del centrosinistra (84%) e i pentastellati (78%), un po’ meno gli elettori di Forza Italia e delle forze minori del centrodestra (62%), i leghisti (59%) e gli elettori di FdI, tra i quali il 50% si dichiara a favore ma il 45% ritiene che la misura sia esagerata e violi la libertà di chi non vuole farsi vaccinare.

In questo contesto di crescente timore per la situazione sanitaria, controbilanciato da una significativa fiducia dei cittadini per le prospettive economiche del Paese, l’indice di gradimento del governo fa segnare un aumento di tre punti rispetto a ottobre (da 60 a 63), avvicinandosi a quello del premier che aumenta di un punto (da 63 a 64). Il dibattito politico e mediatico delle ultime settimane, concentrato sulle misure contenute nella legge di bilancio 2022 e sul toto nomi, che riguarda l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, non ha modificato sostanzialmente gli orientamenti di voto degli elettori.

Gradimento leader

Anche il gradimento dei leader dei partiti non mostra cambiamenti di rilievo: Conte ha fermato la flessione che aveva fatto seguito all’assunzione del ruolo di leader del M5S e al conseguente venire meno del profilo istituzionale che gli garantiva un consenso trasversale, si mantiene al primo posto con un indice pari a 43 ed è seguito da Giorgia Meloni (stabile a 37) e Speranza (35) che continua ad essere valutato più nel ruolo di ministro della Sanità che in quello di leader di Articolo 1 (a conferma del limitato appeal del partito che guida). Più staccati Letta e Berlusconi, entrambi a 31, e Salvini (stabile a 30). L’unica variazione significativa del mese riguarda Emma Bonino (passa da 25 a 28), il cui nome è circolato tra le possibili candidature al Quirinale.

Lo scenario che emerge mostra una discreta distanza, quasi un’indifferenza, dell’opinione pubblica rispetto alle vicende politico-partitiche delle ultime settimane, dal tavolo sulla finanziaria proposto da Letta alle tensioni interne alla Lega e al M5S, alle manovre in vista dell’elezione del capo dello Stato. Covid e prospettive economiche del Paese guidano l’agenda dei cittadini che, non a caso, guardano più al premier e all’azione del governo che alle forze politiche il cui sostegno all’esecutivo non sembra determinare un ritorno positivo o una penalizzazione in termini di consenso, come se fossero due mondi paralleli.

(fonte Corriere.it e foto copertina dal sito Tpi)

Un Matteo Renzi a tutto tondo a “L’aria che tira” su La7, il programma condotto da Myrta Merlino. “Io come Berlusconi nel litigio con Travaglio? No, non c’è paragone, lui superiore a me 20 a zero. Nel gennaio del 2013 ci fu l’intervista con Santoro e Travaglio, e lui fu il principale sponsor di Berlusconi, perché lì cambiò la sua campagna elettorale. Le opinioni di Travaglio sono quelle di un diffamatore professionista”.

IL VIDEO

(fonte Corriere.it e Ansa)

La quarta ondata è già arrivata nel nostro paese e la curva dei contagi sta iniziando a risalire. L’allarme viene soprattutto dalle regioni più colpite che avrebbero allertato il governo, nell’ipotesi più che concreta di un peggioramento della situazione, proprio a ridosso delle prossime festività natalizie.

Il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti è stato chiarissimo: “Chiederemo al governo come regioni, che le misure restrittive legate alle fasce di colore valgano per le persone che non hanno fatto il vaccino, non per le persone che lo hanno correttamente fatto. Se qualcuno deve essere convinto sono coloro che non si sono vaccinati – continua Toti – le misure che devono essere prese, lo devono essere solo per i non vaccinati, non certo per chi ha fatto fino in fondo il proprio dovere”. E aggiunge: “Chi si è vaccinato, proteggendo sé stesso e la sua famiglia, ha diritto di vivere una vita normale. Chi no, con il tampone potrà solo accedere ad attività essenziali alla sopravvivenza: potrà lavorare, fare acquisti indispensabili, ma non frequentare luoghi dove mette a rischio la propria salute e quella altrui”.

A questa presa di posizione si è aggiunta anche quella del governatore del Friuli Venezia Giulia, che non esclude l’idea: “Nel caso in cui dovessimo andare verso una zona arancione, e da quella in su, penso che il prezzo delle chiusure non lo possano pagare i vaccinati, che hanno difeso se stessi e gli altri, partecipando alla campagna vaccinale”.

Sono invece dubbiosi i presidenti di Emilia Romagna e Lombardia. Stefano Bonaccini dice: “Dovremo discuterne ma credo che la prima cosa da fare sia quella di proseguire con le vaccinazioni”. E Attilio Fontana: “Non nascondo di essere perplesso per il rischio di tensioni sociali”. 

Il no secco, invece, del governatore del Veneto, Luca Zaia, secondo il quale il modello austriaco sarebbe difficile da applicare nel nostro Paese dal punto di vista costituzionale. E anche il leader della Lega, Matteo Salvini è contrario: “Mi rifiuto di pensare al lockdown. Rivedere le regole del green pass visto l’aumento dei contagi? No a nuove chiusure e nuove limitazioni”.

E Giorgia Meloni di Fdi: “Siamo la nazione che ha usato il green pass in modo più energico: mi sarei aspettato che a fronte di quella scelta non si sarebbe parlato di nuove restrizioni. Qualcosa non ha evidentemente funzionato. La campagna di vaccinazione non ferma il contagio: servono altre norme di sicurezza sui mezzi pubblici”.

E’ invece totalmente per il sì, Matteo Renzi: “Stanno aumentando purtroppo i casi, probabilmente qualche Regione andrà in zona gialla, mi piacerebbe che l’Italia adottasse lo stesso metodo dell’Austria:  cioè vanno in lockdown solo quelli che non hanno fatto il vaccino, sennò tutti dovremmo pagare le conseguenze di chi non l’ha fatto. Vorrei che chi ha fatto il vaccino potesse non avere restrizioni”.

Adesso la palla passa al presidente del consiglio Mario Draghi, che oltre a cercare di utilizzare tutti gli strumenti per deviare l’attenzione dal tema che sembra per adesso incombente: quello della ridda di nomi sul prossimo presidente della repubblica, deve fare i conti con i numeri del covid che salgono e la prospettiva, non peregrina, di un lockdown mirato che, ad oggi, non sembra più un tabù ma una concreta possibilità. E la scelta non sarà facile ma sicuramente non è possibile che a pagare sia la maggioranza di italiani responsabili, contro una minoranza, invece, di irresponsabili.

(fonte foto nurse24.it)

La chiama una vera e propria rivoluzione quella di cancellare i famosi “navigator”. Quelli che dovevano di fatto selezionare e proporre il lavoro ai possessori del reddito di cittadinanza e che poi sono stati un flop epocale. Di selezioni non se ne sono mai viste, così come di offerte di lavoro. Adesso a tutto tondo, l’ex ministro berlusconiano Renato Brunetta, oggi nel dicastero con la delega alla Pubblica amministrazione, nel governo Draghi, rilascia un’intervista al Corriere.it nella quale spiega, a suo dire, il necessario cambio di passo.

Ministro Brunetta, può funzionare o tutto cambia perché tutto rimanga com’è?

“Il vecchio sistema era un’accozzaglia di confusione, ideologismi, soluzioni improbabili. In due anni e mezzo è costato 19,6 miliardi. L’importo medio erogato è cresciuto dell’11%, con una serie di abusi e distorsioni sul mercato del lavoro. Basti pensare alle difficoltà di reperire personale nel turismo o nel terziario. L’idea di fare tutto per via digitale, a distanza, non poteva funzionare. Questa è una materia che richiede la presenza, colloqui costanti. Ora chi non si presenta al centro per l’impiego ogni mese, se non ha ragioni valide, perde il sussidio o gli viene ridotto”.

Cosa cambia adesso?

“La prima grande innovazione è tracciare una netta distinzione fra occupabili e non. Oggi 1,68 milioni di nuclei familiari ricevono il reddito, per un totale di 3,8 milioni di persone coinvolte, ma dei beneficiari solo circa un terzo è occupabile. È su questo che si deve intervenire con le politiche attive del lavoro”.

Gli attuali centri per l’impiego riusciranno a convocare ogni mese 600 mila persone?

“È fondamentale. Sono ordinario di economia del lavoro da 40 anni e la letteratura su questo tema è inequivocabile: per collocare le persone bisogna parlarci, conoscerle, confrontarsi in presenza. Nel sistema com’è i beneficiari possono ricevere una raccomandata a casa con l’offerta di lavoro, ma c’è chi la evita proprio per non far scattare l’eventuale rifiuto”.

Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha condiviso la sua proposta di dare al beneficiario del reddito l’opzione di rivolgersi ad agenzie private del lavoro?

“Sì, e ho trovato grande collaborazione sia da lui, sia dal ministro Stefano Patuanelli, che rappresenta il M5S nella cabina di regia del governo. Di Maio, poi, mi ha proposto lui stesso di affiancare alla piattaforma dell’Anpal il nuovo portale del reclutamento, inPa, realizzato dalla Funzione pubblica”.

Alle agenzie interinali interesserà piazzare lavoratori a bassa qualifica?

“Sono convinto di sì, quando saranno in gioco, perché il loro vero incentivo in questo caso non è il guadagno diretto: è la soddisfazione delle imprese clienti. Questi beneficiari in cerca di un posto sono soggetti deboli, ci vorrà tutta l’esperienza di chi lavora a contatto con il mercato. Le agenzie private sono tante, circa 100 autorizzate, con una rete di 2.500 filiali sparse in tutto il Paese e decine di migliaia di dipendenti diretti. Non sono certo i poveri navigator, è gente che conosce il territorio. Questa è una vera riforma, quasi una rivoluzione, che ha visto la massima collaborazione di tutti i partiti della maggioranza, senza arroccamenti ideologici. Ne esce un assetto totalmente diverso”.

Non si può dire che sia stato così con quota 100, superata solo a metà. La Lega ha collaborato meno?

“Queste le chiamo bandierine. Quota 100 è una bandierina-ina-ina, uno spreco di risorse deciso dal governo giallo-verde nel 2018. Ma più che la Lega, che non l’ha difesa più di tanto, stavolta a tentare di blindare Quota 100 sono stati i sindacati. Ancora non ho capito perché. Il compromesso raggiunto da Draghi rappresenta una soluzione minimalista e di breve termine, figlia di una misura inutile, costosa e dannosa, che ha impattato negativamente sugli organici della pubblica amministrazione”.

Il Consiglio di Stato ha cancellato la proroga delle concessioni balneari al 2033. Ma su questo e altri temi il governo ha dovuto fare un passo indietro nella Legge di concorrenza, no?

“Non mi pare. La sentenza del Consiglio di Stato è importante ed era attesa. Il governo al momento debito farà la sua parte. Ma poi vogliamo davvero credere che gli ambulanti e gli ombrelloni siano il problema di concorrenza del Paese? La legge tratta di concessioni, servizi pubblici locali, energia, sanità, in house e molte altre questioni di sostanza. Quanto ai balneari, l’approccio di Draghi supera il paradosso della solitudine del riformista”.

Solitudine perché?

“Il riformista non può contare nell’immediato su chi beneficia delle sue decisioni, perché i vantaggi si manifestano nel tempo. Invece chi vede colpiti i suoi interessi si oppone subito. Questo è il paradosso. Con la mappatura dei demani pubblici – spiagge, porti, acque – emergerà prima chi se ne avvantaggia, quanto paga e quanto guadagna. A quel punto anche l’opinione pubblica sarà consapevole e il riformista sarà meno solo. Sembra un approccio moderato, ma è profondamente innovativo”.

Lei sembra distante dalla Lega in versione Matteo Salvini, eppure è il suo alleato

“Noi siamo diversi, distinti e anche un po’ distanti. Avevo auspicato nel passato una maturazione in senso europeista che portasse all’ingresso della Lega nel Partito popolare europeo. Ma ogni volta che qualcuno glielo suggerisce, Salvini fa il contrario”.

È il suo alleato, vi presentate in coalizione alle elezioni…

“Quando siamo entrati al governo insieme, eravamo già separati in casa dal punto di vista delle alleanze in Europa. Ma il ruolo centrale che sempre più ha assunto l’Unione europea negli anni, a maggior ragione oggi dopo la pandemia e il Next Generation Eu, richiede coalizioni a livello nazionale sempre più omogenee e responsabili, che riflettano il panorama delle tradizionali famiglie politiche europee: popolari, liberali e socialisti. A me preoccupa che Salvini voglia riunire le destre per sostituirsi al Ppe nella governance dell’Ue”.

Vede una coalizione centrista al governo dopo le politiche?

“Dopo il governo Draghi nulla sarà più come prima. Nel dubbio, diceva Kohl, si deve scegliere sempre l’Europa. Questa deve essere la stella polare di qualunque coalizione, di centrodestra, centro e centrosinistra”.

Vede Draghi continuare da premier anche dopo il voto?

“Spero che Draghi possa continuare fino al 2030. In tutte le forme possibili. È la nostra assicurazione sulla vita”.

(fonte foto sito globalist.it)

“Contro dispersione e devianza, nelle scuole si fa un lavoro pregevole e con tante forze in campo. Manca però il raccordo tra gli enti e gli investimenti in infrastrutture e risorse umane. Nelle scuole, contro la dispersione e la devianza minorile, c’è un impegno lodevole. Tutti gli operatori del settore sono attivi e attenti, ognuno fa molto bene il suo lavoro, ma tutto questo non è sostenuto adeguatamente dalle istituzioni pubbliche”.

E’ quanto afferma la deputata regionale del Movimento 5 Stelle, Roberta Schillaci, che oggi ha visitato, insieme alla commissione Antimafia all’Ars, cui appartiene, l’istituto comprensivo Sperone-Pertini di Palermo. Si tratta di una ricognizione che la Commissione sta svolgendo nelle scuole siciliane più a rischio, per valutare il fenomeno della dispersione scolastica e della devianza minorile.

“Nel quartiere in cui ci siamo trovati oggi – riferisce Schillaci – solo il 20 per cento delle famiglie risultano coinvolte in attività illecite e questo indica che c’è un reale cambiamento, dovuto all’intenso lavoro di dirigenti, insegnanti, operatori scolastici, forze dell’ordine e associazioni. Più in generale, però, abbiamo trovato delle situazioni intollerabili. Qualche esempio: c’è un solo assistente sociale al servizio di 17 plessi che rientrano in un comprensorio di quartieri della parte Sud di Palermo. Ci sono scuole fatiscenti, con classi collocate al nono piano di un condominio, senza palestre o con palestre inagibili. I dirigenti ci riferiscono che Comune e Città metropolitana spesso non rispondono neanche alle richieste di manutenzioni. In un’altra visita, allo Zen, abbiamo appreso di famiglie che non si rendono conto dei disagi psichici lievi dei propri figli, che non vengono trattati in tempo e si trasformano così in disabilità importanti. Al di là delle scuole, poi, nei territori a rischio mancano gli impianti sportivi, dove tutti sappiamo che lo sport è un potente strumento di inclusione”.

“Quel che occorre realmente – conclude la Schillaci – è una sinergia, una cabina di regia a vari livelli. A cominciare dalla Regione, passando per la programmazione degli interventi nelle città e nei quartieri, tutto in armonia con le esigenze specifiche dei singoli istituti. Dopo ogni visita, ci rendiamo conto dell’urgenza di assicurare coordinamento, integrazione e soprattutto investimenti in infrastrutture e in risorse umane. Su questi punti terremo molto alta l’attenzione”.

Sfruttare al meglio i quasi cinque miliardi che arriveranno dal piano europeo del Recovery per la Cultura puntando, soprattutto, sulla digitalizzazione e sullo sviluppo delle piattaforme web, per consentire a tutti di fruire dell’immenso patrimonio artistico italiano ma anche una maggiore integrazione tra le risorse messe in campo dalle amministrazioni pubbliche e gli interventi dei privati che possono offrire un valore aggiunto alla ripartenza di un settore che ha risentito fortemente delle difficoltà provocate dalla pandemia.

Un’impostazione che ha visto d’accordo i politici e le personalità del mondo religioso e della cultura che hanno partecipato ad “Agorà della Cultura”, l’evento promosso dall’associazione Amici dei Musei Siciliani con il patrocinio gratuito della Regione Siciliana e dell’Anica, organizzato da View Point Strategy al complesso monumentale di San Domenico di Palermo.

“Il Pnrr è una grande sfida ed è necessario investire nella cultura che in Italia produce il 15 per cento del Pil. Il nostro obiettivo è di garantire una migliore fruibilità e accessibilità per i nostri siti ma anche di destinare una parte di questi investimenti ai teatri, al mondo del cinema e dell’audiovisivo e ai musei, oltre che calibrare gli interventi a favore della Sicilia e degli altri territori”, ha detto Vito D’Adamo, capo della segreteria particolare del Sottosegretario ai Beni Culturali, Lucia Borgonzoni, intervenuto in audio all’inizio del convegno.

Il presidente degli Amici dei Musei Siciliani Bernardo Tortorici, ha raccontato la sua esperienza e di come la cultura è ripartita nonostante l’emergenza sanitaria: “Abbiamo organizzato la seconda edizione di Restart, una manifestazione che ha aperto i siti culturali più importanti di Palermo, dimostrando che si può ricominciare anche se nel 2020 la contrazione generale dei consumi culturali è stata del 50 per cento”.

Un altro tema è stato quello dell’innovazione digitale, ormai indispensabile per consentire a tutti – da casa propria e da ogni parte del mondo – di visitare i musei, i monumenti e di ammirare le opere d’arte più importanti con un semplice click. “Negli ultimi cinque anni abbiamo investito molto in questo settore – ha spiegato Salvatore Turrisi, presidente e amministratore dell’azienda siciliana di telecomunicazioni Sielte – il lockdown ha costretto tanti cittadini ad utilizzare le piattaforme sul web e abbiamo capito si possono fornire servizi, come ad esempio il tour virtuale dei musei o la didattica a distanza utilizzata nelle scuole. La rete ha retto ma adesso bisogna pianificare il futuro addestrando tutti a usare l’online e migliorando le infrastrutture”.

Particolarmente interessante la tavola rotonda “Cultura e Turismo: binomio per rilanciare il Paese”, moderata dal giornalista Pietrangelo Buttafuoco, a cui hanno preso parte l’assessore regionale ai Beni Culturali della Sicilia, Alberto Samonà, Giorgia Latini (Marche), Paola Agabiti (Umbria), Stefano Bruno Galli (Lombardia) e Umberto Croppi, direttore generale di Federculture ed ex assessore alla Cultura del Comune di Roma e il critico d’arte Vittorio Sgarbi con il suo punto di vista controcorrente sulla Sicilia e con l’invito a ricostruire il tempio G di Selinunte: “Avevo proposto un cantiere internazionale per far rinascere il tempio G: purtroppo la Sicilia ha tantissimi tesori ma non riesce a comunicarli, è un gap che si deve superare per competere con altri Paesi che magari hanno meno da offrire ma che riescono sempre a far parlare di loro”.

L’assessore Samonà durante il confronto con i colleghi delle altre regioni ha sostenuto che “cultura e business non sono in contraddizione, a patto che l’offerta culturale parta dall’affermazione della nostra Identità: è giusto investire nelle dinamiche digitali ma spingiamo affinché le visite avvengano in presenza”. Nelle Marche l’assessore Latini ha annunciato “la prossima candidatura all’Unesco per il grande numero di teatri presenti nel nostro territorio” mentre l’assessore Agabiti ha spiegato che “l’offerta culturale dell’Umbria propone grandi eventi, la valorizzazione dei piccoli borghi e dei paesaggi naturalisti”. In Lombardia il 41 per cento degli investimenti “arriva da istituzioni private – ha puntualizzato l’assessore Galli – crediamo molto nelle imprese culturali creative che contano già 365mila operatori”. Per il presidente di Federculture e della Quadriennale d’Arte di Roma “il mondo della cultura ha bisogno di capacità manageriali – ha detto Croppi – e della formazione delle risorse umane, fattori che poi contribuiscono al ritorno economico”.

La giornata è stata aperta dal docente dell’Università Lumsa, Don Gianni Fusco, che ha introdotto i lavori parlando del concetto di bellezza e della sua relazione con le varie religioni mentre la chiusura della prima parte è stata affidata alla lectio magistralis di Giuseppe Savagnone, direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della cultura di Palermo.

Franco Bechis, direttore del Tempo, fa un’analisi a 360 gradi della mossa di Beppe Grillo, che ieri ha di fatto licenziato l’avvocato del popolo ed ex premier, Giuseppe Conte.

“Il colpo di testa di Beppe Grillo non colpisce solo il Movimento 5 stelle e le bimbe forse inconsolabili di Giuseppe Conte. Mette nei guai Enrico Letta e il suo Pd, e può cambiare anche la navigazione di Mario Draghi, agitando non poco le acque nei prossimi mesi. Il segretario del Pd aveva infatti giocato gran parte della sua scommessa sull’alleanza non tanto con i 5 stelle, ma con l’ex premier che pensava li avrebbe guidati. Letta non si è chiesto quale mandato avesse Conte  per chiudere con lui le possibili alleanze elettorali a Napoli e in Calabria (anche a Bologna, ma lì è stato decisivo Massimo Bugani), e ora rischia di trovarsi con un pugno di mosche. Conte non aveva infatti alcun mandato, non essendo nemmeno iscritto al M5s, e con la mossa di Grillo ora anche quegli accordi scricchiolano e non hanno fondamento politico certo. Vero che su Napoli c’è anche la firma di Luigi Di Maio, che però ha seguito Conte pensandolo come il nuovo leader e non ha voluto ostacolarlo davvero. Ma c’è un altro terremoto alle porte, perché liquidando Conte ora Grillo ha messo in moto la procedura per la nomina di un nuovo direttorio come ai vecchi tempi, che è una soluzione certo organizzativa ma non politica. Ed è invece di spazio e azione che ha bisogno il fondatore del movimento per fare digerire a militanti ed eletti questa clamorosa rottura che non andrà giù a gran parte di loro con un semplice alka-seltzer. E lo spazio non c’è finché sono tutti murati all’interno della maggioranza di unità nazionale che accompagna il governo Draghi”.

“Dovessi fare una scommessa oggi – continua Bechis – punterei le mie fiches su un Papeete bis di inizio agosto, questa volta con Grillo a preparare il mojito: per assorbire il contraccolpo di questa rottura e ridare una rotta al suo movimento, è probabile che dopo il divorzio da Conte sia necessario aggiungere quello da Draghi. Una mossa che in un momento sicuramente delicato per il M5s ricompatterebbe le sue varie anime e anche buona parte dei sostenitori, chiudendo la lunga parentesi governista. Ne soffrirebbe sicuramente qualcuno (di sicuro Luigi Di Maio), ma si riaprirebbero le porte per Alessandro Di Battista e per tutti i parlamentari (fra cui Nicola Morra e Barbara Lezzi) che si sono messi fuori non votando la fiducia all’esecutivo Draghi. Non lasciare sola Giorgia Meloni all’opposizione potrebbe dare anche qualche vantaggio nei sondaggi, in attesa delle mosse di Conte, ma soprattutto farebbe riaffiorare le radici anti-sistema del movimento, che nessuno solo qualche tempo fa avrebbe mai immaginato sorreggere un esecutivo guidato da uno con la storia di Draghi. Senza i grillini il governo andrebbe avanti lo stesso – e in ogni caso – la rottura avverrebbe dopo il 3 agosto, durante il semestre bianco che impedisce elezioni. Sulla carta potrebbe contare su almeno 384 voti alla Camera e su 191 al Senato, numeri di cui non hanno potuto godere i governi degli ultimi dieci anni, e quindi la navigazione non sarebbe a rischio. Ma in entrambe le Camere l’azionista di maggioranza sarebbe il centrodestra di governo, che ne avrebbe circa due terzi e quindi sarebbe in grado di imporre a Draghi l’agenda politica”.

Fonte foto (Ansa e Il Fatto Quotidiano)

E’ un quadro che conferma il trend in discesa della Lega, malgrado il partito di Salvini sia ancorato al primo posto ma tallonato dal Pd e da Fdi. Questo ci dice il sondaggio Ipsos di Nando Pagnoncelli, commissionato per il Corriere.it.

I numeri. La Lega con il 20,1% precede il Pd (19,7%) e FdI (19,4%). Il partito di Salvini è stimato in calo di oltre 2 punti rispetto a maggio e tocca il punto più basso dall’inizio della legislatura, ma effettua il controsorpasso sul Pd rispetto al sondaggio di due settimane fa, con buona pace di coloro che avevano gridato allo scandalo. A seguire si collocano il M5S (16,5%) e FI (7,9%). Nelle retrovie le variazioni risultano di pochi decimali e l’area del non voto e dell’indecisione si mantiene al di sopra del 40%. I tre partiti di centrodestra nell’insieme mantengono un consistente vantaggio sul centrosinistra (47,4% a 31,2%) nonché sull’ex maggioranza giallorossa (con l’esclusione di Italia viva) che si attesterebbe al 39,9%.

Gradimento politici. Il primo posto spetta a Giuseppe Conte (indice 49, in calo di 2 punti) che precede Giorgia Meloni (40, in aumento di 3) e Roberto Speranza (stabile a 38). Il progressivo avvicinamento dell’ex premier alla guida del M5S determina l’effetto contrapposto di una flessione del suo apprezzamento personale (dal profilo istituzionale assume quello di capo di una forza politica) e del contemporaneo un aumento del consenso per il M5S. Indubbiamente le tensione tra Grillo e Conte di questi giorni, potrebbero avere riflessi sulla popolarità di entrambi. Giorgia Meloni beneficia della scelta di fare un’opposizione non aggressiva ma dialogante, basti pensare al recente cordiale incontro con il presidente Draghi. Speranza viene apprezzato più in qualità di ministro della Salute che di leader di Art.1.

Nel sondaggio è stato rilevato anche il gradimento dei cosiddetti ministri “politici”, conosciuti da almeno la metà degli italianiFranceschini (indice 32) e Giorgetti (31) risultano i più apprezzati. Infine, le valutazioni sull’esecutivo e il premier che fanno segnare valori ancor più elevati rispetto a quelli registrati all’insediamento, quando solitamente si ottiene il consenso maggiore: oggi l’indice di gradimento dell’operato del governo si attesta a 69 e quello del presidente Draghi sale a 71, entrambi in crescita di 5 rispetto a maggio. Oltre a un clima sociale più positivo, a seguito del procedere della campagna vaccinale e della riapertura della maggior parte delle attività, vale la pena sottolineare due aspetti che determinano la crescita del consenso: il primo riguarda il riconoscimento internazionale dell’autorevolezza del premier che si riverbera sull’immagine del nostro Paese; il secondo fa riferimento allo stile comunicativo del presidente Draghi: è uno stile essenziale, asciutto ma autorevole, molto chiaro e diretto anche su temi che non riguardano direttamente l’attività del governo, come è avvenuto in settimana con l’intervento in Senato sul disegno di legge Zan in risposta a quanto chiesto dal Vaticano.