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Punti di vista

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Paolo Borsellino venne ucciso il 19 luglio del 1992 in via D’amelio a Palermo, mentre stava andando a fare visita a sua madre. Schiacciò il bottone del campanello del citofono e in un attimo venne giù l’inferno. Il delitto, sin dall’inizio, venne “catalogato” come omicidio mafioso, ma le ombre, tra depistaggi, delazioni e misteri, ancora oggi è in un cono d’ombra, immobile e senza verità, quella forse che non sarà mai trovata.

Quel giorno lo ricordo benissimo perchè non ero molto lontano da quel luogo e, vedendo la colonna di fumo che si alzava nel cielo, capii che qualcosa di terribile era accaduto. Fu un attimo e mi trovai di fronte ad una scena da guerra libanese. E le immagini, rimbalzate poi sui tg, entrarono per sempre nella storia del nostro Paese.

Pochi giorni prima di morire il magistrato, parlando ad una conferenza organizzata all’Università di Palermo, ricordò il giudice Giovanni Falcone dicendo: “La sua morte l’avevo in qualche modo messa in conto”. Pesò ogni parola, girando in continuazione tra le mani il suo accendino. Lo sguardo rivolto verso il basso, le continue pause. E continuò attaccando le istituzioni e una parte della magistratura “che forse ha più colpe di tutti”, allo Stato che lasciò il suo amico d’infanzia e collega “morire professionalmente, senza che nessuno se ne accorgesse. Denunciai quanto stava accadendo e per questo ho rischiato conseguenze gravissime ma che erano necessarie, perché alla morte di Falcone tutti avrebbero dovuto già sapere. Il pool doveva morire di fronte al paese intero, non nel silenzio”.

Noi di BloggandoSicilia abbiamo voluto ricordare la memoria di Paolo Borsellino, attraverso l’estratto dell’ultima parte dell’intervista che il magistrato concesse, prima di essere barbaramente ucciso, al collega Lamberto Sposini.

Dispiace il crollo improvviso di Mosaicoon, l’azienda che aveva creato la “Silicon Valley” di Isola delle Femmine. Sede mega galattica stile Google e Facebook di 4000 mq, produzione di video virali, 120 dipendenti, 8 sedi da Londra a Singapore, fatturato arrivato a 20 milioni di euro. In pratica un colosso, un modello, una società a cui tutti – dalla Sicilia alla California – guardavano con ammirazione, rispetto e un po’ d’invidia.

Dieci anni di crescita e di successi, nel 2011 premio per l’innovazione dall’allora Presidente della Repubblica Napolitano, visita dell’ex premier Renzi a dimostrazione che se vuoi ce la fai e che si fa così a creare lavoro e sviluppo, riconoscimenti internazionali a profusione.

Epperò, tutto a un tratto, Mosaicoon chiude. D’un botto. Tutto svanito, evaporato come una bolla di sapone. Ma, allora, ci si chiede tutta questa solidità dov’era? Schiacciata dalla concorrenza dai giganti del web. Ma come? L’azienda non doveva creare contenuti e video per essere realizzati su queste piattaforme? Non erano i grandi ad essere i principali fruitori di questo business? Non c’erano tante multinazionali pronte ad accapparrarsi i prodotti realizzati dalla tech company palermitana? A quanto pare non era così.

E le tanti “sedi” sparse per il mondo? Saracinesche abbassate in un colpo solo. La domanda sorge spontanea: una ristrutturazione aziendale non si poteva fare? Non c’è scritto da nessuna parte che si debba vivere sempre al massimo: si può ridurre e continuare a essere vivi e magari ripartire. Tra 0 e 100 si può fare 10, 20, 30, 40….insomma le possibilità di ricolloccarsi esistono facendo sacrifici. L’impressione è che, legittimamente per carità, si è vissuti in una “bolla” più grande del previsto e che adesso, purtroppo, è scoppiata.

L’orgoglio di chi guardava a Mosaicoon come alla start-up simbolo italiano, che secondo il suo fondatore Ugo Parodi Giusino faceva impresa per riscattare la Sicilia vicino all’uscita di Capaci, proprio dove fu ucciso dalla mafia il giudice Falcone e la sua scorta, è rimasto profondamente deluso.

Non più di due anni fa, in un’intervista, il founder dichiarava: “Mosaicoon è cresciuta tantissimo e sotto molti aspetti. Fatturato, dipendenti, sviluppo. Abbiamo un modello tecnologico di valore internazionale e che la cosa ci sia stata riconosciuta dall’Europa e in Silicon Valley lo conferma. Oggi i nostri video hanno 800 milioni utenti finali e più di 20mila publisher utilizzano la nostra tecnologia. Il fatturato e i clienti raddoppiato ogni anno. Abbiamo investito nella nuova sede per crescere ancora e lo abbiamo fatto cercando di essere all’avanguardia anche come architettura e gestione degli spazi. Abbiamo voluto fortemente avviare un percorso di eccellenza in ogni aspetto. Dal prodotto alla struttura”. Rilette oggi queste parole fanno un po’ effetto, disegnando uno scenario diverso, forse troppo ottimistico rispetto alle difficoltà del settore.

Non ha detto nessuno, infatti, che in questi anni Mosaicoon ha goduto di una decina di milioni di finanziamento di venture capital, ottenuti da fondi e da imprenditori, per la sua espansione. E che probabilmente, queste stesse persone, hanno chiuso i “rubinetti” non appena hanno fiutato che l’affare non era poi così redditizio. E dire che lo stesso Parodi Giusino aveva detto: “I soldi dei venture servono per fare ricerca e sviluppo in modalità più pura. Mi spiego, vendere un prodotto e concentrarsi sulla sua realizzazione impiega risorse ed è difficile dedicare un intero team alla ricerca di altre soluzioni, nuove strade e nuovi possibili sviluppi. Questi soldi ci assicureranno la possibilità di innovare ancora, prendere nuovi talenti, senza distogliere energie dai prodotti per i clienti”. Purtroppo anche questa volta non era così. O meglio erano solo belle speranze spacciate per certezze incrollabili.

E, infine, per favore, non diteci che siamo tra quelli che oggi godono per la chiusura repentina dell’azienda. Non è così. Dispiace per Mosaicoon, sinceramente. E dispiace ancora di più per chi ci aveva creduto, ci ha lavorato e che ha capito, a proprie spese, che il sogno – perché di questo si trattava e chi era onesto intellettualmente lo sapeva – è finito. Adesso tutti dovranno ricollocarsi sul mercato. E, nonostante le parole buoniste, noi che siamo brutti, sporchi e cattivi pronostichiamo che non sarà facile perché la vita dei terrestri è difficile, dura da scalare e non perdona.

Il Palermo rischia di perdere anche lo stadio. La convenzione tra la società rosanero e il Comune, proprietario dell’impianto, è scaduta da almeno dieci anni e adesso il Consiglio comunale chiede spiegazioni e atti concreti prima di concedere un eventuale rinnovo ad altre condizioni.

In estrema sintesi, il Palermo gestisce il “Renzo Barbera” effettuando interventi di manutenzione straordinaria, che dovrebbero essere di pertinenza dell’amministrazione, e per questo motivo non paga ogni annuo i 300 mila euro di canone. Anzi, secondo il presidente rosanero Giovanni Giammarva “abbiamo effettuato alcuni lavori di manutenzione
straordinaria che, se sommati, portano la nostra società a essere in credito”.

Il Palermo ha proposto di rinunciare agli oltre 100 mila euro che avanzerebbe, pur di “chiudere una volta e per tutte la vicenda”. Ma la seconda commissione consiliare, che si occupa di Bilancio e Patrimonio, ha chiesto spiegazioni tanto che la fibrillazione tra viale del Fante e Palazzo delle Aquile è evidente.

I lavori, ha detto la dirigente del servizio Rosa Vicari al Giornale di Sicilia, “venivano autorizzati per una questione
di tempo: la questura ordina interventi nello spazio di 15 giorni, incompatibili coi tempi dell’amministrazione, altrimenti si sarebbe messo a rischio lo svolgimento delle partite”  Ma ci sarebbe anche un problema legato alla pubblicità e alla gestione degli ingressi: “Bisogna adeguare il canone annuo – ha specificato Giulio Tantillo, componente di Forza Italia della commissione -. Una parte degli introiti della pubblicità e della gestione delle tribune deve essere affidata  direttamente al sindaco che se deve invitare un ospite non può chiedere il permesso a qualcuno”.

Il presidente della commissione, il dem Giovanni Lo Cascio, sostiene che “l’interesse di tutti è trovare una soluzione e a questa bisogna lavorare. Senza pregiudizi e prese di posizione da parte di nessuno”. Più intransigente invece Mimmo Russo, consigliere del Gruppo Misto: “Non so cosa sono questi lavori che il Palermo Calcio dice di avere effettuato – ha spiegato al Giornale di Sicilia -. Chi ha autorizzato? Chi ha effettuato una verifica sulla congruità? Tutte domande che attendono una risposta convincente prima di procedere oltre”.

E stato un Orlando furioso, che ha usato parole durissimequello che stamattina, ospite al programma  “Coffee Break” su La7, si è scagliato ancora una volta contro il ministro dell’Interno Salvini, non citandolo, reo di aver chiuso i porti e non permesso alla nave “Aquarius”,  di giungere in Italia. A riportare la notizia è stato “il Giornale” che, addirittura, ha parlato di “sparata” del primo cittadino di Palermo.

“Si farà un secondo processo di Norimberga e noi verremo processati per genocidio. E a differenza dei nostri nonni non potremo dire che non lo sapevamoÈ vero o non è vero che i migranti sono persone?“. E ha aggiunto: “vero o non è vero che il diritto internazionale stabilisce che bisogna salvare in mare a qualunque costo? Quando questo non si fa, a mio avviso, si violano i diritti umani”.

Poi il sindaco di Palermo ha detto di aver presentato, nel dicembre del 2017, alla Procura della Repubblica di Roma, al presidente della Commissione europea e alla Corte dell’Aia, un esposto contro le istituzioni europee, in quanto “ritengo che l’attuale normativa europea è criminogena e produce crimini, alcuni commessi dagli Stati”.  E ha raccontato un retroscena parlando di aver ricevuto una risposta “imbarazzata” da Dimitris Avramopulos, commissario Ue e di essere in attesa delle decisioni dell’Aia. Ma promette che aggiungerà a “quello che ho già esposto, quello che sta succedendo in questi giorni”. 

Matteo Salvini chiude i porti ai migranti, il sindaco Leoluca Orlando li “apre” organizzando una manifestazione e una marcia per ribadire che Palermo è città dell’accoglienza.

Ma che siano proprio tutti d’accordo non è proprio vero: “Accogliamoli tutti (a casa di Orlando)”, ad esempio è il testo dello striscione che i militanti di CasaPound hanno affisso davanti al Comune. Ma se la polemica ha anche una connotazione politica, un dissenso fortissimo arriva dall’ex campione europeo di pugilato, Pino Leto. Uno, per intenderci, che ha fatto della sua vita un manifesto di solidarietà per gli “ultimi”, che siano figli della terra di Sicilia che immigrati.

L’ex pugile, che vive alla Vucciria e insegna l’arte dei guantoni per togliere giovani e non dalla strada, è colorito nelle sue affermazioni ma durissimo contro Orlando ma, più in generale, contro un modo – che ritiene superato (per dirla con un eufemismo) – di occuparsi dei problemi della gente.

“Caro Luca – dice rivolgendosi al sindaco – hai casa villa e altre proprietà presidiati da polizia, vigili urbani e carabinieri, per voi buonisti e comodo fare i f… con il culo dei cittadini, voi che non mettete naso su quartieri degradati dove palermitani hanno e vivono in posti fatiscenti chiamate case, siete buoni a mettere altra disperazione e delinquenza sopra a quella già esistente, tanto a voi burocrati borghesi del c….o non vedrete mai dalle vostre residenze la bomba sociale che può scoppiare tra disperati indigeni e i CLANDESTINI che ci mettete sul groppone. Finitela col falso buonismo e fate vedere quanto siete “veri” aprendo a queste “risorse” le ville e le decine di appartamenti che avete di proprieta sparse per tutto il territorio per dare il buon esempio sull’accoglienza, STÀ M…..A CHE LO FATE! Come detto, per voi burattinai fare i f….i con il culo altrui non vi brucia”, esprime Pino Leto nel suo post su Facebook.

Una mia riflessione datata 2015. E anche se sono passati 3 anni nulla è cambiato se non la #chiusuradeiporti.

Continua inarrestabile, nell’indifferenza di un’Europa vergognosamente silenziosa, l’onda di morte dei tantissimi migranti che cercano un approdo di vita sulle coste della nostra isola. A loro si uniscono come figure apparentemente “salvifiche” quei “mercanti di morte”, che altro non sono se non dei veri e propri “Caronte”, pagati per trasportare queste anime disperate e corrieri di vere e proprie organizzazioni criminali.

Intanto, da sempre, assistiamo alla passerella dei grandi governanti, che da Bruxelles tracciano, come professori d’eccellenza, le linee guida per un’Europa “che deve essere capace di dare slancio alle economie degli stati membri”. Le solite parole in libertà, che ritornano utili per fare demagogia, ma che di fatto non servono a nulla.

Per il resto non mi è sembrato di ascoltare riferimenti alla questione sbarchi! In fondo la cara Merkel, essendo geograficamente lontana da quei luoghi, che forse visita soltanto quando è in vacanza, non ha alcuna intenzione ad affrontare un tema così politicamente poco conveniente. Immaginate un centro di “accoglienza” a Berlino come quello di Lampedusa! Sarebbe troppo condividere questo dramma?

E poi con un governo debole come il nostro, assolutamente genuflesso alla Germania, anche eventuali provocazioni, che non ho né visto né sentito, sarebbero soltanto una cartina di tornasole. La sensibilità di questi pseudo leader è oserei direi algebrica. Le parole di Renzi, che chiese la convocazione del Consiglio europeo, sono assolutamente inique. Talvolta servono i fatti. Gli statisti sono tali per il coraggio delle scelte e, al di là dell’evento in sé, quello per esempio, della crisi di Sigonella (allora era Craxi, il presidente del consiglio dei ministri) diede dell’Italia un’immagine di un Paese con la schiena dritta. Ma allora esisteva la politica, ovviamente con i dovuti distinguo. Oggi vediamo soltanto un presidente del Consiglio che va in America a fare “jogging”.

Ma ritornando a cose serie, non possiamo non ricordare il grido di dolore lanciato dal Papa a Lampedusa, che rimase inascoltato. Parole dure le sue: “immigrati morti in mare, da quelle barche che, invece di essere una via di speranza, sono state una via di morte. Risvegliamo le nostre coscienze, perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore”. E, invece, si è ripetuto, manifestando il proprio dolore: “loro cercavano solo la felicità”.

Se, dunque, non si è capaci di ascoltare il Capo della chiesa, come si può pensare di fare dell’Europa un luogo di accoglienza, al di là delle carte geografiche? Siamo condannati ad assistere a quello che, inevitabilmente, diventerà un “letto di morte” senza fine, mentre l’Europa, ribadisco, rimarrà indifferente e vergognosamente silenziosa.

E ritornando ai giorni nostri, proprio oggi il ministro dell’Interno Salvini ha preso una posizione netta: “L’Italia ha smesso di chinare il capo e di ubbidire”, coniando un “mantra” sui social: con annesse e connesse polemiche.

 

Partiamo dall’inizio. I fratelli Caputo non hanno raggirato gli elettori. In pratica, secondo il Tribunale del Riesame, non hanno “attentato ai diritti politici dei cittadini” durante le elezioni regionali di novembre 2017.

Per chi non ricordasse la vicenda, l’ex parlamentare regionale ed ex sindaco di Monreale di An, Salvatore Caputo, detto Salvino, venne arrestato dai carabinieri con l’accusa di voto di scambio insieme al fratello Mario, anche lui avvocato, e candidato alle ultime elezioni all’Ars con la Lega. L’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari venne emessa dal Gip di Termini Imerese su richiesta della Procura. In quell’occasione, oltre a 20 arresti, vennero indagati nella stessa inchiesta anche l’onorevole Alessandro Pagano e l’ex senatore Angelo Attaguile, coordinatori del partito in Sicilia.

Bene, ora si scopre quello che il buon senso e la logica gridavano dal primo minuto. E cioè che quegli arresti non andavano fatti e che tutte le accuse contro i vertici della Lega – diciamo così – sono praticamente “evaporate”.  Se c’è stata malizia, se si è giocato sull’equivoco, la questione rientrerebbe nel campo dell’etica e non in quello della giustizia. In pratica dicono così gli altri magistrati, quelli del Tribunale del Riesame: “Va però sottolineato che la candidatura di Mario Caputo era stata portata a conoscenza dei cittadini sia attraverso i mass media che i socialnetwork e che entrambi i fratelli Caputo si erano impegnati nella campagna elettorale del candidato Mario, partecipando a comizi e incontrando gli elettori”. E ancora: “Non appare in alcun modo condivisibile né invero comprensibile l’affermazione della Procura, secondo cui le testate giornalistiche on line sarebbero state lette solo da coloro a cui non si poteva nascondere la verità”. Insomma mettere solo il none sul manifesto elettorale, scrivere “detto Salvino” oltre a Mario, si poteva fare. Anzi si può fare perché anche altri candidati lo hanno fatto nel passato e nelle elezioni più recenti.

Tanto rumore per nulla. Tanto che Pagano ora tuona: “Le motivazioni rese pubbliche dal Tribunale del Riesame di Palermo sono state letteralmente ignorate dai media, se non da qualche sito online. Eppure per giorni i vari giornali, da quelli nazionali ai locali, ci sguazzarono quando lo scorso 4 aprile uscì la notizia che i vertici regionali della Lega erano stati indagati, guarda caso lo stesso giorno in cui Salvini salì al Quirinale la prima volta per le consultazioni. Vennero sollevate, strumentalmente, forti polemiche mediatiche e politiche, causando un danno di immagine e politico a me e al partito. Chi – ha concluso Pagano- mi ripagherà di tutto ciò: del torto subito? Venni letteralmente seguito e inseguito da alcuni giornalisti per intere giornate. Ora scommetto che nessuno di loro si presenterà da me per chiedere un’intervista riparatrice. Questa è giustizia? Questo è giornalismo o solo ricerca di pseudo scoop per colpire e provare ad affossare il politico di turno? Naturalmente non è stata la prima e non sarà neppure l’ultima volta che si verificheranno casi di malagiustizia e di questo tipo di informazione. È chiaro che, per quanto potrò, mi opporrò e lavorerò affinché questo sistema della Giustizia malato sia cambiato”.

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Un ritratto di Giovanni Falcone in un video. Il pezzo è di Franco Bechis (Libero quotidiano). Dieci domande che lasciano aperti altrettanti misteri sulla strage di Capaci e la fine del magistrato. A parlare è il pm Antonino Di Matteo, a Montecitorio per un convegno sulla giustizia organizzato dal M5s nel giugno dello scorso anno.

Domande certamente inquietanti, che passano dalle intercettazioni a Riina in carcere ai files informatici di Falcone scomparsi, dalle carte su Gladio che il giudice aveva con sè a Roma alla agenda rossa di Paolo Borsellino che non si trovò più, fino a quell’appunto con numeri telefonici del Sisde rinvenuto nel cratere di Capaci.

Domande però a cui proprio magistrati come Di Matteo avrebbero dovuto dare risposta in tutti questi anni, perché altrimenti chi altri potrebbe? Lui invece lascia tutto aperto, chiedendo sì nuove risorse e sostegno alle indagini che quelle risposte non sono riuscite a dare, ma buttando soprattutto la palla alla politica, visto che chiede un coinvolgimento della commissione parlamentare antimafia. Soluzione che onestamente non ha dati grandi risultati nella storia di questa Repubblica. E se i magistrati stessi gettano la palla ad altri per la ricerca della verità, che speranza c’è di avere quelle risposte?

Le indagini su quello che ormai tutti chiamano “Sistema Montante” svelano una sorta di pericolosa evoluzione del “professionismo dell’Antimafia” che qualche decennio fa contribuì a lanciare e consolidare carriere. Il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, a Messina, ieri parlava di “antimafia usata come brand”.

Niente di nuovo, Leonardo Sciascia lo denunciò con maggiore coraggio più di trent’anni fa. All’epoca della palude democristiana, a cavallo degli anni ’80 e ’90, qualcuno strepitando in salotti e talk show divenne un simbolo della lotta alla mafia. Anche senza fare nulla, se non, appunto, presenziare, scrivere articoli o libri, pieni di slogan o analisi sociologiche di scarso valore. Politici, giornalisti, preti, dirigenti dell’associazionismo, diventarono potenti, conquistarono spazi e poltrone. Ormai, però, il loro tempo è passato, loro sono per lo più superati. Soltanto qualcuno regge ancora; gli altri si limitano a comparire due volte all’anno, il 23 maggio e il 19 luglio.

Fatta la loro passerella, dette le due parole in fila, spariscono di nuovo. Quanto sta emergendo in questi giorni dice una cosa diversa, rivela un metodo nuovo, racconta di infiltrazioni nei gangli vitali del potere vero. Di poltrone conquistate con servi più o meno sciocchi, ma di stanze dei bottoni occupate da fedelissimi per fare affari. Mentre quelli, gli antimafiosi di facciata, urlavano i loro slogan al megafono, gli altri nei corridoi e nelle segreterie della politica, degli assessorati, a quanto pare, condizionavano, sceglievano assessori e burocrati, che poi redigevano decreti, bandi, emendamenti, assegnazioni. Con quel crisma, potevi fare di tutto, le operazioni più spregiudicate, le nomine più discutibili, le assegnazioni più controverse.

I magistrati nisseni parlano di controllo totale del governo della Regione. Tutto sotto le insegne della legalità, dell‘antimafia di facciata, usate come unzione divina, come distinzione fittizia e truffaldina tra “noi” e “loro”, propagandata in ogni occasione possibile, anche in tv. Chi alzava il dito, chi faceva notare le stranezze, voleva intralciare il cammino verso l’affermazione della legalità. Certe intercettazioni raccontano proprio questo. La voce sarebbe sempre quella di Antonello Montante, colui che avrebbe tirato i fili di tutto, ai quali fili, però sarebbero stati legati, dall’altro lato, politici, amministratori, imprenditori, burocrati, poliziotti e chissà cos’altro. E “loro” non erano necessariamente i mafiosi, ma chiunque non fosse con loro. Che diventava il nemico da bollare, da condannare, da ridurre ai margini, da escludere in ogni senso e con ogni mezzo. Nessuna pietà, specie con gli ex amici.

Un cerchio magico, un giro di relazioni che ora sta emergendo come un tumore, l’ennesimo, che sta consumando il corpo di una Sicilia martoriata, dove gli avvoltoi si sono affollati per divorare quel poco che resta ormai da spolpare.

Tanto tuonò che piovve e pure Rosario Crocetta è finito nel mirino dell’inchiesta sull’ex presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante.

Non che la notizia stupisca più di tanto. In tanti credevano che il rapporto tra l’ex presidente della Regione e l’imprenditore era – diciamo così – viziato, poco limpido, quanto meno ambiguo. Erano semplici supposizioni senza valore ma su Montante paladino della legalità e Crocetta baluardo dell’antimafia, in molti nutrivano dubbi.

Altri (tanti), però, hanno applaudito, goduto, brindato, gioito per l’annunciata “rivoluzione” di Rosario. Rivoluzione che, ovviamente, non è mai arrivata e che ha fatto rimpiangere i governi di Cuffaro e Lombardo, tanto per intenderci. Gli stessi che, fino a poco tempo fa, erano amici di Crocetta, oggi lo hanno ripudiato dimenticandosi lodi e elogi sperticati elargiti a piene mani dopo il suo insediamento. Poi, piano piano, è calato un silenzio imbarazzato sulle imprese del nostro, fino a parlarne male… solo ora.

Peccato che, anche 5 anni fa, la fama dell’ex sindaco di Gela non fosse proprio quella di uno statista tipo Winston Churchill.  In rete abbiamo trovato il commento del giornalista Pietro Nicastro, uno dei 21 epurati dell’Ufficio Stampa della Regione (come chi scrive) che ha riassunto con eleganza, sobrietà e dignità il pensiero su Crocetta: “Non giudico, non inveisco, non anticipo condanne – ha scritto – che non mi competono: cerco, anzi, di mantenere sempre equilibrio e lucidità anche nelle situazioni più estreme. C’è una riflessione, però, che non riesco proprio ad arginare: io oggi rischio di perdere la casa e di non riuscire a regalare più a mia figlia nemmeno un sorriso per colpa di questa melma, di questo marciume che ha infilato le mani nella mia vita. Io lo sapevo già. Ed oggi che lo sanno tutti non riesco a provare nemmeno un briciolo di consolazione”.

A proposito della caratura del personaggio, i magistrati – un tempo tanto tanto cari all’ex presidente – parlano di un suo video hard e la sua risposta è beffarda, come al solito. “Il video scabroso? Mi dipingono come una porno star, come se fossi Rocco Siffredi. Ma dov’è questo video? La verità è che non esiste, è una bufala come al solito per denigrare la mia omosessualità. È falso come falsa è stata la notizia dell’intercettazione in cui avrei sentito le frasi contro Lucia Borsellino”, ha detto all’Ansa.

A parte il fatto che, alla luce dei nuovi avvenimenti, si dovrebbe riscrivere la storia anche di quella fantomatica telefonata (siamo proprio sicuri che non ci fu?), i pettegolezzi sulla vita privata di Crocetta si sono sempre sprecati. E non certo per la sua omosessualità. Pettegolezzi, appunto, da bar, che giustamente non riportiamo. Questa volta, però, le chiacchiere sembrerebbero un po’ più concrete visto che ne parla nell’avviso di garanzia. Solo una bufala come dice lui? Vedremo. Su una cosa, però, Crocetta ha ragione: l’accostamento a Rocco è in effetti azzardato. Lui con il pornodivo non c’entra nulla. In tutti i sensi.