Dispiace il crollo improvviso di Mosaicoon, l’azienda che aveva creato la “Silicon Valley” di Isola delle Femmine. Sede mega galattica stile Google e Facebook di 4000 mq, produzione di video virali, 120 dipendenti, 8 sedi da Londra a Singapore, fatturato arrivato a 20 milioni di euro. In pratica un colosso, un modello, una società a cui tutti – dalla Sicilia alla California – guardavano con ammirazione, rispetto e un po’ d’invidia.

Dieci anni di crescita e di successi, nel 2011 premio per l’innovazione dall’allora Presidente della Repubblica Napolitano, visita dell’ex premier Renzi a dimostrazione che se vuoi ce la fai e che si fa così a creare lavoro e sviluppo, riconoscimenti internazionali a profusione.

Epperò, tutto a un tratto, Mosaicoon chiude. D’un botto. Tutto svanito, evaporato come una bolla di sapone. Ma, allora, ci si chiede tutta questa solidità dov’era? Schiacciata dalla concorrenza dai giganti del web. Ma come? L’azienda non doveva creare contenuti e video per essere realizzati su queste piattaforme? Non erano i grandi ad essere i principali fruitori di questo business? Non c’erano tante multinazionali pronte ad accapparrarsi i prodotti realizzati dalla tech company palermitana? A quanto pare non era così.

E le tanti “sedi” sparse per il mondo? Saracinesche abbassate in un colpo solo. La domanda sorge spontanea: una ristrutturazione aziendale non si poteva fare? Non c’è scritto da nessuna parte che si debba vivere sempre al massimo: si può ridurre e continuare a essere vivi e magari ripartire. Tra 0 e 100 si può fare 10, 20, 30, 40….insomma le possibilità di ricolloccarsi esistono facendo sacrifici. L’impressione è che, legittimamente per carità, si è vissuti in una “bolla” più grande del previsto e che adesso, purtroppo, è scoppiata.

L’orgoglio di chi guardava a Mosaicoon come alla start-up simbolo italiano, che secondo il suo fondatore Ugo Parodi Giusino faceva impresa per riscattare la Sicilia vicino all’uscita di Capaci, proprio dove fu ucciso dalla mafia il giudice Falcone e la sua scorta, è rimasto profondamente deluso.

Non più di due anni fa, in un’intervista, il founder dichiarava: “Mosaicoon è cresciuta tantissimo e sotto molti aspetti. Fatturato, dipendenti, sviluppo. Abbiamo un modello tecnologico di valore internazionale e che la cosa ci sia stata riconosciuta dall’Europa e in Silicon Valley lo conferma. Oggi i nostri video hanno 800 milioni utenti finali e più di 20mila publisher utilizzano la nostra tecnologia. Il fatturato e i clienti raddoppiato ogni anno. Abbiamo investito nella nuova sede per crescere ancora e lo abbiamo fatto cercando di essere all’avanguardia anche come architettura e gestione degli spazi. Abbiamo voluto fortemente avviare un percorso di eccellenza in ogni aspetto. Dal prodotto alla struttura”. Rilette oggi queste parole fanno un po’ effetto, disegnando uno scenario diverso, forse troppo ottimistico rispetto alle difficoltà del settore.

Non ha detto nessuno, infatti, che in questi anni Mosaicoon ha goduto di una decina di milioni di finanziamento di venture capital, ottenuti da fondi e da imprenditori, per la sua espansione. E che probabilmente, queste stesse persone, hanno chiuso i “rubinetti” non appena hanno fiutato che l’affare non era poi così redditizio. E dire che lo stesso Parodi Giusino aveva detto: “I soldi dei venture servono per fare ricerca e sviluppo in modalità più pura. Mi spiego, vendere un prodotto e concentrarsi sulla sua realizzazione impiega risorse ed è difficile dedicare un intero team alla ricerca di altre soluzioni, nuove strade e nuovi possibili sviluppi. Questi soldi ci assicureranno la possibilità di innovare ancora, prendere nuovi talenti, senza distogliere energie dai prodotti per i clienti”. Purtroppo anche questa volta non era così. O meglio erano solo belle speranze spacciate per certezze incrollabili.

E, infine, per favore, non diteci che siamo tra quelli che oggi godono per la chiusura repentina dell’azienda. Non è così. Dispiace per Mosaicoon, sinceramente. E dispiace ancora di più per chi ci aveva creduto, ci ha lavorato e che ha capito, a proprie spese, che il sogno – perché di questo si trattava e chi era onesto intellettualmente lo sapeva – è finito. Adesso tutti dovranno ricollocarsi sul mercato. E, nonostante le parole buoniste, noi che siamo brutti, sporchi e cattivi pronostichiamo che non sarà facile perché la vita dei terrestri è difficile, dura da scalare e non perdona.

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