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Secondo l’ultimo sondaggio Ixè, la Lega si è stabilizzata al 23% e mantiene la prima posizione anche grazie al momento negativo del PD. Il maggiore partito di Csx subisce infatti la crisi di governo e perde mezzo punto.

Vanno invece in parallelo e su percentuali vicine – 15,8 e 15,4 per cento – FdI e M5S: -0,2 per entrambi la scorsa settimana. Continua l’ottimo momento di FI, che prosegue ormai da ottobre, ma la crescita più vistosa di questa rilevazione Ixè è quella di Azione, che quasi raddoppia i voti passando dal 2 al 3,7%: Calenda sembra giovarsi della posizione di spettatore critico della crisi di governo.

Azione ruba consensi agli altri partiti liberali; calano così Italia Viva, che non trae giovamento dalla caduta dell’esecutivo causata dal proprio fondatore, e +Europa. Bene invece i Verdi e la Sinistra, giù gli “altri”.

(fonte foto: termometropolitico.com)

Scenario tutto in divenire quello che emerge dal sondaggio elettorale commissionato dal Corriere.it, all’Istituto Ipsos di Nando Pagnoncelli.

Il centrodestra, pur con trend differenti dei tre partiti, si mantiene saldamente in testa nelle preferenze degli elettori attestandosi nel complesso al 48,8%, La sinistra e il centrosinistra raggiungono invece il 32,9% e le quattro forze della maggioranza si collocano al 42,2%. Dunque, i rapporti di forza tra le aree politiche rappresenta uno dei pochi elementi che non hanno subito modifiche in questo anno in cui è cambiato quasi tutto.

Da ultimo, gli orientamenti di voto. I dati più significativi sono rappresentati dalla flessione della Lega che, pur mantenendosi al primo posto con il 23,5% dei consensi, perde il 2% rispetto a novembre, nonché dall’aumento di Forza Italia che raggiunge il 9,3% (+1,3%), il valore più elevato dal giugno dello scorso anno, e dalla crescita del M5S (+1%) e di Fratelli d’Italia (+0,5%), appaiati al 16%. Da notare anche l’allineamento al 3% di tre forze politiche: Sinistra Italiana, Italia Viva e Azione. Indecisi e astensionisti si mantengono al di sopra del 40%, un dato che deve dar riflettere.

Nello scenario politico di dicembre si evidenzia un dato inusuale, rappresentato dal calo di popolarità dell’esecutivo a fronte di una ripresa di apprezzamento per il presidente Conte. L’indice di gradimento del governo, infatti, arretra di 3 punti rispetto a fine novembre, attestandosi a 49, il dato più basso dal conclamarsi della pandemia, mentre l’apprezzamento del premier (57) fa registrare un aumento di 2 punti, invertendo il trend negativo iniziato ad ottobre.

In realtà il diverso andamento dei consensi
 è meno contradditorio di quanto si possa pensare: il governo sta attraversando una fase molto critica, caratterizzata da forti tensioni interne. Da diverse settimane l’indicatore di coesione delle forze della maggioranza è in flessione e le divisioni interne sono vissute dai cittadini come mere questioni di potere, assai lontane dai problemi del Paese. Insomma, è la «politica politicante» che prevale sugli interessi generali.

Fa da contraltare il profilo istituzionale che il presidente Conte fin dal suo primo mandato è riuscito a ritagliarsi: non è considerato un politico, non appartiene ad un partito, dall’inizio della legislatura ha presieduto due governi composto da forze politiche diverse. A ciò si aggiunge l’aspettativa degli elettori della maggioranza che Conte sappia ricomporre le fratture per garantire la continuità dell’esecutivo. È un’aspettativa che gli consente di mantenere molto elevati i livelli di fiducia e di consenso tra i dem e i pentastellati.

In questo contesto si attribuisce più al governo che al premier la responsabilità delle diverse misure adottate negli ultimi due mesi per contenere il rischio dei contagi. Si tratta di misure che, a differenza di quanto avvenne nella primavera scorsa, sono giudicate da molti cittadini ondivaghe, troppo o troppo poco restrittive (non dimentichiamo che il paese è diviso riguardo alla pericolosità del virus: prevalgono i preoccupati ma una robusta minoranza tende a ridimensionarne la portata) e stanno suscitando reazioni di disorientamento e di vera e propria insoddisfazione.

Quanto al gradimento per i principali esponenti politici e i capidelegazione, rispetto a novembre si registra il controsorpasso di Speranza (indice 36, in aumento di 1 punto) su Giorgia Meloni (34, in flessione di 2); al terzo posto Salvini (31, in flessione di 2), quindi Zingaretti, stabile a 29. Nella rilevazione di questo mese abbiamo considerato anche i leader delle forze politiche minori. I risultati che li riguardano sono fortemente influenzati dal diverso livello di conoscenza e dalla loro visibilità mediatica: vale la pena ricordare che l’indice di gradimento viene calcolato escludendo chi non conosce l’esponente politico e coloro che non sanno esprimere un giudizio. Ebbene, tra le new entry si sottolinea il quinto posto in graduatoria di Calenda (28) e i risultati di Bonino, Fratoianni e Toti, appaiati a 25, che incalzano Franceschini, Di Maio e Berlusconi che si attestano a 26.

Ovviamente il 2023, scadenza naturale del Parlamento, è ancora lontano e le dinamiche future, tra cui l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica che avverrà nel 2022, sicuramente saranno il perno per nuove alleanze, che potrebbero anche essere diverse dal “naturale” modello, tracciato dal cosiddetto bipolarismo.

Un altro sondaggio, commissionato per il Corsera e realizzato dall’Istituto Ipsos di Nando Pagnoncelli, dà un quadro che rafforza il consenso della Lega. Si parla di un 31 percento netto del partito di Matteo Salvini, che riesce a rosicchiare voti anche tra gli elettori dei cinquestelle, fermi al 29,8 per cento.

“E se confrontiamo le intenzioni di voto con i risultati elettorali del 4 marzo – dice Pagnoncelliemergono cambiamenti importanti, oltre alla già citata imponente crescita della Lega: innanzitutto l’aumento dell’area dell’indecisione e dell’astensione, composta da elettori delusi, che aumenta del 5,5%; in secondo luogo la flessione di 2,9% del M5S, trionfatore alle elezioni, e quella ancor più significativa di Forza Italia, che perde 5,7%, di Fratelli d’Italia che si è quasi dimezzata, passando dal 4,3% al 2,3%, di Liberi e uguali che perde un terzo dell’elettorato (da 3,4% a 2,3%) e di Noi con l’Italia scesa dall’1,3% allo 0,4%. Al contrario Pd e Più Europa aumentano di 0,2%, mantenendosi sostanzialmente sui valori ottenuti alle politiche”.

E quello che è stato rilevato dall’indagine demoscopica è che da marzo (quando si sono svolte e elezioni nazionali), un elettore del M5S su quattro ha cambiato idea.

Inoltre, l’analisi mette in risalto la fedeltà dell’elettorato leghista. Addirittura il 91 per cento conferma il proprio voto e la forte capacità di attrazione di nuovi elettori. E il dato che salta agli occhi è che quasi la metà di coloro che oggi voterebbero per il partito di Salvini provengono da altri partiti, in particolare per il 23% dagli alleati di centrodestra (18% da FI e 5% dagli altri), il 10% dagli alleati di governo e il 9% da elettori che alle politiche avevano disertato le urne ma oggi ritornerebbero a votare scegliendo la Lega.

Per quanto riguarda i pentastellati, tre elettori su quattro confermerebbero il proprio voto al Movimento, i delusi propendono per l’astensione (13%) e la Lega (9%), ma non per il Pd (1%) e i voti in ingresso provengono prevalentemente dal centrodestra, mentre sembra essersi arrestata la capacità di attrarre consenso da sinistra e dall’astensione.

Per quanto riguarda la tenuta del Pd, questa dipenderebbe dalla elevata fedeltà di voto: si parla dell’80 per cento e da una compensazione tra uscite (prevalentemente verso l’astensione: 13%) e nuovi ingressi, soprattutto da centrosinistra e sinistra, mentre il rientro dal M5S è marginale. Infine, meno di un elettore su due di FI (48%) continua a votare per il partito di Berlusconi, un terzo abbondante sceglie la Lega e il 10% si astiene.

Infine, nel sondaggio l’elemento costante è che la La Lega consolida il proprio consenso in tutti quelle aree sociali che l’hanno scelta alle scorse elezioni nazionali, aumentando in modo congruo tra i ceti più popolari, le persone meno istruite, casalinghe, pensionati e disoccupati e tra i cattolici che partecipano saltuariamente alle funzioni religiose.

Il M5S perde il proprio appeal prevalentemente tra gli elettori meno giovani (presso i quali era già più debole), nella classe direttiva, tra i lavoratori autonomi, gli studenti, i pensionati e tra i cattolici con frequenza settimanale alla messa.

“Insomma sostiene il sondaggio di Ipsosè il momento della Lega e la sua forza dipende soprattutto dalla sostanziale continuità nella strategia comunicativa di Salvini rispetto alla campagna elettorale, una strategia basata su un’accurata scelta di temi sensibili (i migranti, le responsabilità dell’Europa, la legittima difesa, la rottamazione delle cartelle esattoriali, l’uso del contante, ecc.), su toni aggressivi (peraltro due italiani su tre ritengono che sia giusto che i politici utilizzino un linguaggio crudo e brutale per dire le cose senza tanti giri di parole) nei confronti di avversari politici, esponenti delle istituzioni nazionali ed europee (il presidente Macron su tutti), personaggi pubblici (da Balotelli a Saviano), sull’incessante appello a ‘ciò che vogliono gli italiani’. Il leader leghista, pur occupando un’importante carica istituzionale, si è dunque sottratto al processo di istituzionalizzazione, non a caso continua a esibire accuratamente sulla giacca il simbolo di partito e sarà protagonista del tradizionale raduno di Pontida di domani con al centro lo slogan ‘il buonsenso al governo’.

A questo punto non resterà che aspettare, oltre a Pontida, l’appuntamento delle europee del prossimo anno. E se quel 31 per cento dovesse tramutarsi in 40, allora per i cinquestelle sarebbe difficilissimo risalire la china, con il “rischio” che Salvini porti all’incasso il risultato staccando la spina al governo, andando a nuove elezioni e sedendosi come premier, a Montecitorio, senza alcuno sforzo.

 

La Lega sorpassa il M5S in un sondaggio di Swg per il tg di La7, anticipato su Facebook dal direttore, Enrico Mentana.

Il partito di Salvini si attesta al 29,2% mentre Movimento cinquestelle è al 29%. Rispetto alla rilevazione dello scorso 11 giugno, i pentastellati perdono il 2,5% mentre la Lega cresce del 2,2%. Il Pd si posiziona al 18,8% in aumento di 4 decimali. Anche Forza Italia sale dello 0,6% e vale il 9,2%, mentre Fratelli d’Italia risale al 4,1% dal 3,9%.

La rincorsa di Salvini, come riporta il Fatto quotidiano, è iniziata la notte del 4 marzo scorso, con il Movimento 5 stelle (primo partito) e la Lega a fare da traino nella coalizione di centrodestra (prima forza politica). Ora, dopo oltre tre mesi di trattative per la nascita del governo l’impresa è compiuta. Secondo il sondaggio di Swg, infatti, il Carroccio è passato dal 17,4 per cento dei voti a più del 29, quasi un raddoppio. Segno che la gestione dell’emergenza migranti adottata dal neo ministro dell’Interno, a partire dal caso Aquarius e dalla chiusura dei porti alle Ong, ha incontrato il favore degli elettori. Complice l’esposizione mediatica, sia sui social network che nelle trasmissioni televisive, che ha permesso di dettare l’agenda.

Una linea dura, quella decisa da Salvini, rafforzata nelle ultime ore con la proposta di effettuare un censimento dei rom. Ma a pesare sul sorpasso del Carroccio, ai danni del Movimento 5 stelle, potrebbe essere anche l’inchiesta sul nuovo Stadio della Roma, che ha coinvolto, fra gli altri, il super-consulente dei 5 stelle nella Capitale Luca Lanzalone. E Salvini ha beneficiato anche della lunga fase di trattative precedente alla nascita del governo con l’impresa di stringere un accordo con Di Maio senza spaccare la coalizione di centrodestra. E a strappare per sé una doppia poltrona, quella di vicepremier e di capo del Viminale, che gli permette di mantenere il controllo sull’esecutivo senza però trascurare i temi cari al suo elettorato.

E adesso chissà se Salvini, forte del consenso della Lega, non vorrà capitalizzare e tentare lo strappo con Di Maio. Certo tutto questo non a breve termine, ma diciamo subito dopo le elezioni europee che si terranno il prossimo anno.

 

Non si arresta l’ascesa della Lega che risulta essere l’unico partito post elezioni ad aver incrementato i propri consensi e compensa il calo dei due partiti della coalizione, quello di Berlusconi e della Meloni. Ma il dato rilevante è il superamento della quota del 40 per cento della coalizione di centrodestra che, se si votasse oggi, risulterebbe vincente. Brutte notizie per il centrosinistra che varrebbe invece la metà. E’ quanto emerge dal sondaggio Tecnè, commissionato per la trasmissione televisiva Matrix.

E come si legge dal grafico, oggi il partito di Salvini raccoglierebbe il 22,6 per cento (17,4% il risultato raggiunto alle ultime politiche. Una percentuale che lo farebbe balzare rispetto al partito democratico, che si troverebbe sotto la soglia del 18 per cento. Primo partito rimarrebbe, secondo la rilevazione, il M5S con il 32 per cento. Mentre Forza Italia scenderebbe al 12,9 per cento (alle politiche di marzo aveva ottenuto il 14 per cento).

E poi c’è anche il gradimento dei leader di coalizione con Di Maio “bocciato” con “4-“, anche se tra gli elettori dei cinquestelle viene apprezzato quanto Salvini. Per il leader del centrodestra, invece, un “8-“.

Infine, come si vede nel grafico che segue, viene analizzata l’opinione degli elettori espressa alle ultime politiche. Pochi sembrano aver cambiato idea. Infatti, il 79 per cento degli italiani, cioè 25,8 milioni di aventi diritto, confermerebbero la scelta fatta nell’urna il 4 marzo. Soltanto il 3 per cento avrebbe deciso di cambiare il proprio voto.

Una situazione, dunque, che presa con le dovute cautele (sempre di sondaggio si tratta), sposterebbe, inequivocabilmente, di più l’asse verso destra e non c’è dubbio che alletterebbe qualcuno che forse, per capitalizzare ancora di più il proprio consenso, sarebbe tentato come a monopoli di tornare al “via”, scegliendo magari la “casella” del voto.

Una sola cosa, nel caos generale, è certa: presto avremo i dettagli del governo targato 5Stelle-Lega, oppure di quello “neutro”e“di servizio” targato Mattarella. E dunque sapremo se le elezioni sono vicine o lontane.

Intanto già sappiamo che, comunque vada, sarà un pastrocchio. Perché da che mondo e mondo, persino nel Paese più bizantino dell’Occidente, i governi devono avere una maggioranza (o una minoranza, se destinati alla sfiducia o alla non sfiducia) chiara. E tutto si può dire sia del governo Di Maio-Salvini, sia del governo Mattarella, fuorché nascano
all’insegna chiarezza. Il governo “neutro” altro non è che un ministero tecnico alla Monti, benedetto dal Quirinale e chiamato a scelte squisitamente politiche (Iva, svuotacarceri, intercettazioni, nomine Rai e Cdp…).

Con la differenza, rispetto a Monti, che questo partirebbe già morto perché l’unico partito disposto a votarlo è il Pd, quello che giurava opposizione a tutto e tutti. Il governo 5Stelle-Lega, salvo chiarimenti dell’ultima ora, rischia di essere ancor più oscuro, perché poggia le fondamenta su un equivoco grosso come una casa: il ruolo di Berlusconi, delinquente naturale, pregiudicato ineleggibile e interdetto.

Il governo 5Stelle-Lega, salvo chiarimenti dell’ ultima ora, rischia di essere ancor più oscuro, perché poggia le fondamenta su un equivoco grosso come una casa: il ruolo di Berlusconi, delinquente naturale, pregiudicato ineleggibile e interdetto. Finora Di Maio aveva condizionato l’accordo con la Lega alla rottura del centrodestra, “coalizione finta”, cioè al divorzio tra Salvini e l’imbarazzante alleato. “Salvini scelga fra restaurazione e rivoluzione”, aveva detto, spiegando che “con Berlusconi non si potrà mai cambiare nulla”. Perfetto.

Senonché ieri il Caimano, sfoggiando il suo ultimo travestimento, ha fatto sapere che Salvini può fare il governo con i 5Stelle – che lui considera peggio di Hitler e manderebbe tutti a lavare i cessi di Mediaset – senza rompere la coalizione di centrodestra. Deciderà poi lui, dopo aver visto il premier e i ministri, cosa farà FI: se darà l’appoggio esterno astenendosi (“astensione critica”, anzi “benevola”: ahahahah) o non partecipando al voto, o addirittura voterà contro il governo dell’ alleato e passerà all’ opposizione (finta, visto che la coalizione resterebbe intatta con Salvini leader). Una pagliacciata mai vista neppure in Italia. Tipo quei bei matrimoni dove il marito autorizza la moglie a mettergli le corna, e magari si diverte pure a guardare da dietro la porta. E questa sarebbe solo la parte visibile dell’accordo.

Poi, come sempre quando c’è di mezzo B., c’è quella invisibile. Che è ancora peggio: oscena, nel vero senso della parola (fuori scena). Per scoprirla basta porsi una domanda: perché oggi B. autorizza Salvini a fare ciò che per oltre due mesi gli ha furiosamente proibito?

Delle due l’una. O solo perché ha paura del voto. O anche perché ha ottenuto quelle “garanzie” che ha sempre preteso dai governi non suoi per non scatenare la guerra termonucleare: favori a Mediaset e nessuna norma contro le quattro ragioni sociali della sua banda (corruzione, evasione fiscale, mafia e conflitto d’ interessi). E chi può avergliele date? Ovviamente Salvini che, con Di Maio, tratta per conto di tutto il centrodestra. E qui casca l’asino con tutta la foglia di fico: trattare con Salvini-e-basta è un conto, trattare con Salvini che tratta anche per conto di B. è tutt’altro.

Un governo M5S-Lega-e-basta, oltre alle tante controindicazioni (dalla xenofobia di Salvini&C. al passato ignobile di un partito appiattito da 18 anni sugli affari di B. alle proposte demenziali tipo flat tax), almeno un vantaggio ce l’avrebbe: l’estraneità del Carroccio salviniano (l’inciucione Giorgetti è già tutt’altra cosa) a molte delle mille lobby che bloccano l’Italia e che han sempre trovato protezione all’ombra di Pd&FI. Ma proprio qui sta il punto: Salvini ha le mani libere o no? L’ultima giravolta di B. fa sospettare di no. E un governo che nasce sul non detto è destinato a non fare. In ogni caso, se nascerà, lo capiremo subito.

Dal nome del premier, e soprattutto da quelli dei ministri della Giustizia e delle Telecomunicazioni. E dal testo del “contratto ” fra i due alleati: se recepirà le storiche battaglie del M5S contro i conflitti d’interessi, le concentrazioni televisive e pubblicitarie, la corruzione, la prescrizione e le mafie, e anche l’ottimo proposito annunciato da Salvini in campagna elettorale di “mandare in galera gli evasori”, sapremo che B. è davvero fuori gioco e ha subìto il governo M5S-Lega per il terrore del voto, senza contropartite.

Se invece avrà ministri forzisti travestiti da leghisti o da tecnici “di area”, più posti in prima fila nel nuovo Cda Rai e nel nuovo Csm, oltre alle commissioni di garanzia che gli spetterebbero come (finto) oppositore (Vigilanza Rai? Antimafia?), e se le leggi contro ogni malaffare che attendiamo invano da 25 anni sparissero dai radar, vorrà dire che B. non è affatto “esterno”: è più che mai interno, tipo cetriolo. Ma c’è anche una terza ipotesi: che Salvini e B. siano d’accordo a menare il can per l’aia, facendo partire il governo e poi rinviando alle calende greche le scelte scomode (per B.), contando sull’istinto di sopravvivenza dei parlamentari e rendendo vieppiù impopolare una rottura.

La cui colpa ricadrebbe sul M5S gabbato. Per la gioia del Pd renziano, che infatti ieri sprizzava gaudio da tutti i pori per un governo che lo lascerebbe solo all’opposizione a lucrare sugli auspicati litigi e pasticci di un governo tanto eterogeneo. Al momento, con tutte queste ambiguità, il governo M5S-Lega conviene a Lega, B. e Pd, ma non al M5S e – quel che più conta – neppure agli italiani. Starà all’abilità di Di Maio rinunciare a ruoli ministeriali e guidare il gruppo parlamentare per stanare Salvini, incalzare il governo sul contratto e staccargli la spina al primo cenno di tradimento o di logoramento. Peggio delle larghe intese ci sono soltanto le larghe fraintese.

 

(di Marco Travaglio, fonte “Il Fatto Quotidiano”)

E’ innegabile che il sindaco Orlando sia sotto attacco, politicamente parlando. E nella situazione di de profundis per Palermo, sotto gli occhi di tutti, anche il  “nobile” riconoscimento di Capitale italiana della cultura sembra essere come svanito, eclissato. Almeno questa è la sensazione che si ha se si vuole essere onesti intellettualmente, mettendo da parte la propaganda e accettando l’evidenza che, purtroppo, fa male a tutti.

I “droni” dell’armata che hanno sferrato questa “battaglia” e che da tempo volano su Palazzo delle Aquile, sembrano dotati di una fonte inesauribile, alimentati probabilmente a luce interstellare. E neanche il sindaco Orlando, seppure nella riconosciuta capacità di grande stregone della politica, è riuscito ad avere i codici di lancio o più semplicemente individuare il chip per distruggere questo strumento infernale.

Si tratta di “osservatori” e “inquisitori” con obiettivi ben precisi, in una situazione dove sinceramente sparare sulla Croce rossa diventa semplicissimo come fare 2+2. E poi c’è l’opposizione a Sala delle Lapidi, anzi scusate quella non pervenuta. Solo nelle ultime settimane il gruppo consiliare dei cinquestelle ha alzato il tiro nei confronti del primo cittadino parlando addirittura di fallimento del Comune (precisiamo non essere un endorsement ai pentastellati, ma solo una costatazione). Certo verrebbe da dire “meglio tardi che mai”, ma lo spettro di un eventuale default qualche problema “tecnico” di ricandidatura ai consiglieri lo creerebbe sicuramente, quindi meglio prevenire che poi curare il malato terminale.

In tutto questo c’è il silenzio di Forza Italia, partito che a Palermo, ai tempi del cappotto nel 2001 di Miccichè (61 a 0), per intenderci non quello da indossare, faceva numeri impensabili ed era al governo della città.

Il partito azzurro, avversario da sempre di Orlando, ma mai nemico, oggi ha scelto di non fare opposizione al primo cittadinoUn vero e proprio “assist” politico che proverrebbe da uno scranno altrettanto prestigioso, diciamo dalle parti di piazza Parlamento. Magari si tratterà di una strana coincidenza, ma come diceva Andreotti: “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. Perchè meglio stare in pace che farsi la guerra. E intanto Palermo non può che sperare in un miracolo di Santa Rosalia. Luglio, in fondo, non è poi così lontano.

 

Non c’e ombra di dubbio che i risultati delle elezioni regionali in Molise e Friuli Venezia Giulia e lo stallo sul governo hanno influenzato l’orientamento del corpo elettorale. E dall’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli, commissionato dal Corsera, questa indicazione emerge chiaramente.

La Lega che sale al 21 per cento, Salvini leader più gradito, il M5S che si conferma primo partito al 33,7 per cento e il partito democratico che scende ancora, perdendo l’1,2 per cento.

Pagnoncelli evidenzia come gli orientamenti del voto facciano segnare due variazioni di rilievo: crescita della Lega che passa dal 19,5% di due settimane fa al 21,2% (+1,7%) e calo del Pd dal 19,5% al 18,3% (-1,2%).

Al primo posto si conferma il M5S con il 33,7% (+0,2%), seguito da Lega e Pd, quindi Forza Italia con il 13,1% (+0,2%), Fratelli d’Italia (3,6%, in calo di 0,7%), Liberi e Uguali (2,8%) e Più Europa (2,2%).

Il quadro complessivo è rappresentativo del voto che gli italiani hanno espresso il 4 marzo scorso: il centrodestra è la prima coalizione e sfiora il 39% dei consensi, avvicinandosi alla soglia del 40% che potrebbe garantire la maggioranza, i pentastellati consolidano il loro primato, il centrosinistra arretra di 1,4%, mentre i partiti più piccoli perdono, forse penalizzati da una minore visibilità mediatica.

“L’indice di gradimento dei leader, dice Pagnoncelli spiegando il sondaggio fa registrare un cambiamento nelle posizioni del podio, infatti mentre in aprile Di Maio (indice 45) precedeva Salvini (43) e Gentiloni (41), oggi Salvini (44) prevale su Gentiloni (43) e Di Maio (37), scivolato al terzo posto con un calo di 8 punti. A seguire Fico (35, in calo di 4 punti), Meloni (29), Casellati (24, in crescita di 5 punti dopo la ribalta del mandato esplorativo), Berlusconi (23) e Martina (21). Chiudono la graduatoria Renzi (15) e Grasso (14), entrambi in flessione.

Non resta che aspettare i numeri reali, quelli delle urne, in considerazione che le elezioni anticipate prendono sempre più quota, assieme al ritorno di due dei temi cari a leghisti e grillini: quelli di no euro e no migranti. E non dimentichiamo sempre e, comunque, di non prendere troppo sul serio i sondaggi.

 

 

 “Con 4.000 mila euro non puoi vivere bene”. A dirlo nel 2014 (ne avevamo parlato in questo articolo) era Gianfranco Miccichè, ex ministro di Forza Italia e oggi presidente dell’Ars, che proprio quell’anno fu candidato alle elezioni europee, senza poi essere eletto, non nascondendo che la sua candidatura nasceva anche da problemi economici: “Con tre figli, di cui due da far studiare lontano da casa, non è facile…”. Oggi, invece, intervistato ad un forum organizzato dall’agenzia Italpress il suo “mantra” è sul tema dei vitalizi.

“Siamo di fronte a un’altra follia assoluta aggiunge Miccichè -. Se non avessi avuto il vitalizio, nel periodo in cui non sono stato deputato, probabilmente sarei stato costretto a tornare a vivere con mio padre che ha 97 anni, in attesa di maturare i 67 anni per la pensione. E sarei stato costretto a chiedere l’elemosina davanti a una chiesa. E’ questo che si vuole oggi dalla politica? E’ questo quello che vogliono i cinquestelle?”. 

“Credo che i deputati pentastellati stiano studiando un sistema per cui il vitalizio gli arriverà comunque, non dall’Assemblea Regionale Siciliana ma dalle assicurazioni. Con la minore contribuzione dovuta dal deputato in caso di taglio dei vitalizi stipuleranno delle assicurazioni. Ho detto al vicepresidente dell’Ars, esponente grillino,  Giancarlo Cancelleri,  di spiegarmi come faranno, possibilmente tornerà utile a tutti”.

“Finché il costo della politica sarà considerato uno spreco, fino a quando non si ricomincerà a capire che il costo della politica è un bene per il paese forse la finiremo con questo assurdo babbìo (scherzo, in dialetto siciliano) del taglia taglia… Una cosa è certa: se le condizioni fossero state quelle di oggi io non avrei lasciato il mio lavoro per fare politica. Non mi sarebbe convenuto… Mia moglie mi avrebbe lasciato”.

“Insomma bisogna capire che la politica ha una sua utilità e che i manager e i dirigenti più bravi vanno pagati di più. Sono le regole del mercato. Però, conclude Miccichè, se certa politica e certi giornali continuano a fare demagogia e ad attaccarmi io mi adeguo. Ieri sera mi trovavo in un locale e un signore mi ha aggredito verbalmente accusandomi di essere responsabile degli alti stipendi dell’Ars. Io mi adeguo, ma botte per strada non ne voglio prendere”.